Pineto, Tonti: “Non è mai troppo tardi per migliorare”

Tonti - Credits Pineto Calcio - www.lacasadic.com
Il portiere del Pineto tra sogni, responsabilità e leadership. Cuore e fascia da capitano, il racconto del leader silenzioso.
Nel calcio esistono ruoli che non cercano la luce dei riflettori, ma che finiscono inevitabilmente per viverci dentro. Il portiere è uno di questi, ultimo baluardo, confine sottile tra la gioia e la delusione, tra il gol evitato e quello subito. A Pineto, questo confine ha un nome preciso: Tonti, capitano e custode della porta biancazzurra, protagonista di un’intervista rilasciata sui canali social del Pineto Calcio che racconta molto più di una semplice carriera sportiva.
La sua carriera comincia presto, quando aveva appena 6 o 7 anni nella squadra del suo paese: “Decisi di mettermi in porta perché era un ruolo che mi incuriosiva tanto e nel momento in cui ci sono andato mi è subito piaciuto“. Una scelta quasi istintiva, diventata col tempo vocazione e poi professione. Quel sogno da bambino, coltivato con dedizione, è riuscito a trasformarsi in un lavoro vero, motivo di orgoglio e felicità per chi ha fatto della maglia e dei guanti una seconda pelle.
Dietro il calciatore, però, c’è l’uomo. A sottolinearlo è anche chi lo conosce bene nell’ambiente: meticoloso, maniacale nel lavoro, attento ai dettagli e grande professionista. Qualità che non nascono per caso, ma che sono state costruite giorno dopo giorno, sacrificio dopo sacrificio, con il supporto fondamentale della famiglia: “I miei genitori mi hanno permesso di seguire questo sport anche quando mi sono dovuto allontanare da casa e di prendere la mia strada”. Un passaggio decisivo per continuare a inseguire il pallone e un futuro nel calcio.
E poi c’è la fascia da capitano, simbolo che pesa quasi quanto una parata decisiva al novantesimo: “Si dice che i portieri non siano estremamente normali e forse un pizzico di follia ci vuole“. Una sana “pazzia” che diventa forza mentale, capacità di reggere la pressione e di guidare il gruppo. Per Tonti, la responsabilità non è solo un dovere, ma un tratto distintivo della sua identità calcistica.
Pineto e Tonti, crescere dentro e fuori dal campo
Il ruolo tra i pali, ammette Tonti, gli ha insegnato molto anche nella vita lontano dallo stadio: “Ti responsabilizza tanto, perché il margine di errore è bassissimo e ti forma anche a livello caratteriale“. Ogni intervento sbagliato può essere decisivo, ogni scelta pesa sul risultato finale: una palestra continua per la testa prima ancora che per il fisico.
Con l’esperienza accumulata negli anni, Tonti sente anche il dovere di restituire qualcosa allo spogliatoio. Ai compagni più giovani prova a trasmettere consigli e sicurezza, replicando ciò che altri avevano fatto per lui in passato: “Cerco di aiutarli nelle dinamiche quotidiane, di farli crescere nel miglior modo possibile ma penso che non sia mai troppo tardi per imparare, anche dai più giovani“. Una leadership silenziosa, costruita più con l’esempio che con le parole.

I consigli ai giovani e lo sguardo al futuro
A chi sogna di diventare portiere, Tonti manda un messaggio chiaro e diretto: inseguire i propri obiettivi senza scorciatoie: “Devono lavorare quotidianamente con dedizione, con voglia di migliorare ogni dettaglio e ricordarsi che prima di tutto è uno sport: bisogna divertirsi e metterci impegno“. Non tutti arriveranno in Serie A, ma ciò che conta davvero è il percorso e la passione con cui lo si affronta.
Nessun idolo assoluto, se non l’ammirazione per Buffon. Più che imitare, però, Tonti ha sempre cercato di costruire la propria identità, prendendo qualcosa da ogni collega osservato nel corso della carriera. Studiare, guardare le parate degli altri, assorbire dettagli, un processo continuo che racconta la mentalità di chi non smette mai di cercare un miglioramento. Un portiere che vive di concentrazione e sacrificio, ma che non ha mai smesso di guardare al pallone con gli occhi del bambino che, un giorno lontano, decise per curiosità di mettersi tra i pali. E non se n’è più andato.
