Storia e leggenda degli oriundi
La storia della Nazionale Italiana di calcio è intrinsecamente legata a quella degli oriundi, quei calciatori nati all'estero ma con radici italiane che, grazie al diritto di cittadinanza, hanno potuto vestire l'ambita maglia azzurra. Il termine, che significa "originario di", evoca un fenomeno migratorio secolare, che ha visto decine di atleti, soprattutto da Argentina, Brasile e Uruguay, portare il loro talento al servizio dell'Italia.
Il periodo d'oro degli oriundi si colloca negli anni '30, quando vedendoli come un simbolo di grandezza nazionale iniziarono a giocare con la maglia azzurra. Furono fondamentali per la conquista del primo titolo mondiale nel 1934: campioni come l'argentino Luis Monti, e i connazionali Raimundo Orsi e Enrique Guaita, ebbero un impatto decisivo sulla squadra. In quegli anni, questi atleti dimostrarono un attaccamento alla maglia che andava oltre il luogo di nascita.
Il fenomeno riprese vigore tra gli anni '50 e '60, con l'arrivo di altri fuoriclasse dal Sudamerica, sebbene con risultati meno eclatanti per la Nazionale. Tra i più celebri di quel periodo si ricordano gli argentini Omar Sívori e Antonio Angelillo, e il brasiliano José Altafini, tutti protagonisti in Serie A. Nonostante le loro indiscusse qualità, la loro presenza scatenò non poche polemiche riguardo il concetto di "identità" della Nazionale, contribuendo al dibattito mai sopito tra detrattori e sostenitori.
Negli ultimi due decenni, la tradizione è continuata con esiti di grande successo. L'italo-argentino Mauro German Camoranesi è stato una colonna portante della squadra Campione del Mondo nel 2006, dimostrando l'importanza degli oriundi anche nel calcio moderno. Più recentemente, i brasiliani naturalizzati Jorginho, Emerson Palmieri e Rafael Tolói hanno contribuito alla vittoria del Campionato Europeo nel 2021, con il regista ex Napoli che è diventato l'oriundo con più presenze in assoluto.
L'Eredità degli Oriundi
Questa lunga tradizione di oriundi rappresenta un ponte tra l'Italia e il mondo, un richiamo alle proprie radici per atleti che hanno scelto di onorare il Paese d'origine dei loro avi. Attualmente, la convocazione di giocatori come l'italo-argentino Mateo Retegui conferma che la ricerca di talento con passaporto italiano è una strategia ancora viva e necessaria. In definitiva, gli oriundi non sono stati solo aggiunte tecniche, ma elementi che hanno arricchito la storia azzurra con storie di emigrazione, identità ritrovata e successi indimenticabili, testimoniando come il calcio possa celebrare la mescolanza culturale e il legame con il passato.Per Valente niente Italia, debutta con l'Olanda di Koeman
Nato a Groningen il 4 ottobre 2003 da padre italiano e madre olandese, Valente si è formato calcisticamente nella squadra della sua città natale, debuttando in Eredivisie nella stagione 2022/23 dopo gli anni trascorsi nelle giovanili. L'annata 2024/25 è stata quella della sua consacrazione, registrando due gol e otto assist tra campionato e coppa nazionale, numeri che hanno convinto il Feyenoord a investire sul suo talento. Valente è stato a lungo nell'orbita della Nazionale Azzurra, vantando già tre presenze con l'Under 19 e un gettone con l'Under 20, e il suo nome era stato menzionato anche in vista delle ultime convocazioni, prima che il CT Gattuso decidesse di non includerlo in rosa. Intervistato dal 'Telegraaf' aveva dichiarato: "Se la nazionale italiana mi chiamasse prima di quella olandese, lo prenderei in considerazione. Il mio sogno è diventare un calciatore della Nazionale". Tuttavia, è stata l'Olanda a compiere il passo decisivo: mandandolo in campo al 78' (al posto di Xavi Simons) nel 4-0 contro la Lituania, Koeman ha fatto in modo che Valente sia leagato in modo permanente agli Oranje, con cui ora sogna di volare in America la prossima estate per la Coppa del Mondo.Altre notizie - News Calcio
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