"Ho iniziato a piangere dopo il fischio finale, ho smesso solo due ore fa". A parlare è Eklu Shaka Mawuli, centrocampista e punto di riferimento dell'Arezzo campione del girone B di Serie C. A più di una settimana di distanza dalla promozione dei toscani è ancora grande l'emozione per il classe 1998, tornato a sorridere sul campo dopo aver attraversato tanti momenti difficili. Nella sua vita, Shaka, ha infatti dovuto superare ostacoli, a tratti insormontabili: "Non è facile per un ragazzo come me, che ha subito tante cose in questi anni. Questo è il mio secondo titolo, è stato davvero bello poter alzare la coppa".
L'uomo del destino per l'Arezzo, simbolo di un gruppo che ci ha sempre creduto, fin dall'inizio: "Ricordo ancora il primo giorno di ritiro: Bucchi ci ha chiuso nello spogliatoio e ci ha detto 'Questo campionato lo vinciamo noi'. È un mantra che abbiamo portato avanti per tutta la stagione". Un legame forte, tra il numero 8 amaranto e il suo allenatore, testimoniato da un gesto significativo. La partita con la Torres, decisiva per la promozione in Serie B, è finita già da un bel po', Bucchi è in sala stampa, e a un certo punto ecco l'arrivo a sorpresa del centrocampista di origini ghanesi, che si lascia andare a un lungo abbraccio: "Io mi sono sempre trovato bene con tutti gli allenatori avuti ad Arezzo, ma il rapporto che si è creato con lui non l'ho mai provato in nove anni di carriera. Riesce a entrare nel cuore dei calciatori, lui vede dei figli. La mattina mi chiede sempre come sto, si informa sulla mia famiglia. È una persona perbene, mi ha dato tanti consigli, mi ha compreso. Io ho lottato anche per lui, è un rapporto che va oltre il calcio".
Dietro i sorrisi sinceri e spontanei, però, si nasconde anche tanto dolore: affrontato e cicatrizzato. Tra il 2021 e il 2022 Shaka ha dovuto fare i conti con due infortuni seri, prima al ginocchio sinistro, poi al destro. L'ultimo proprio nel momento in cui era riuscito a conquistare la promozione in Serie B con il Südtirol: "In quel momento non avevo più energie, temevo di non riuscire più a tornare a giocare calcio. Era il secondo grave infortunio in poco tempo. È stata dura, la testa mi diceva di fermarmi, di smettere. La mia famiglia era lontana, in Ghana, erano pensieri che affrontavo tutte le mattine prima di andare a fare riabilitazione. Ho sentito la sofferenza, e le mancanze. Poi mi sono guardato dentro, ho rivisto i sacrifici fatti fino a quel momento. Prima di arrivare in Italia avevo perso entrambi i miei genitori, sono partito verso un Paese che non conoscevo: dovevo ripartire. E così mi sono rialzato".
Respirare, e ripartire. Anche grazie a figure speciali, che hanno accompagnato il percorso di Shaka fin dai primi momenti in Italia: "Nel 2014 feci un provino al Cesena e mi notarono Augusto Carpeggiani, che mi dà sempre consigli, e Antonio Amodio. Dopo quel giorno è arrivato il visto ed è iniziata ufficialmente la mia avventura in questo Paese". Costruirsi una seconda opportunità: "A 16 anni non è stato facile lasciare tutto, non sapendo cosa avrei trovato davanti a me. Avevo provato tanto dolore fino a quel momento, ho avuto paura, ma volevo crearmi un futuro per regalare un sorriso a chi nella vita non aveva mai avuto nulla. A casa mia c'era gente che non aveva le scarpe per giocare a calcio, che non poteva mangiare. Ora ci sono tante famiglie che dipendono da me, vado fiero di questa cosa".
Cicatrici
Estasi e tormento. Shaka definisce così la promozione in Serie B ottenuta con l'Arezzo. Un sogno coltivato, e costruito, giorno dopo giorno nei suoi tre anni in amaranto, arrivando a tagliare anche il traguardo delle 100 presenze: "Questo club mi ha dato fiducia, e per questo non smetterò mai di ringraziare il direttore Cutolo e il presidente Manzo: hanno fatto tanto per me. Abbiamo sofferto e gioito tutti insieme". A piccoli passi, sostenuto dall'amore della 'sua' gente: "Io sono venuto dal nulla, il popolo aretino mi ha accolto e mi ha dato tutto. Ho lottato anche per loro".
Poi una pausa, l'emozione, l'orgoglio di chi non ha mai smesso di crederci. "Sono le lacrime di un uomo, di un padre, che ha sempre saputo che la vita prima o poi avrebbe rimesso ogni cosa al suo posto. Adesso posso tornare fiero ed orgoglioso a casa mia, perché so di aver dato tutto per meritare questo successo". Un filorosso, quello con le sue origini, che continua a persistere nel tempo: "Dopo la vittoria del campionato, durante i festeggiamenti, mi sono fermato un attimo. Vedevo la gente intorno a me esultare, i miei compagni insieme ai loro amici o alla loro famiglia, io ero l'unico senza nessuno. Accanto a me c'era solo il mio procuratore. Ma sono cose che mi danno la forza di alzarmi la mattina e andare avanti, tanti ragazzi in Ghana mi vedono come un esempio. Mi spinge a migliorarmi. Trasformare la nostalgia degli affetti più cari in motivazione".
L'uomo del destino
Forlì, 3 gennaio 2026, prima gara del girone di ritorno. L'Arezzo è sotto 1-0, poi Pattarello firma il pareggio. Il cronometro intanto segna il 93', alla squadra di Bucchi servono i tre punti. E allora, secondo un perfetto disegno del destino, ecco il gol decisivo, firmato proprio da Shaka Mawuli: "Dietro quella rete ci sono tanti gol sbagliati, forse ci ha dato una spinta in più. Eravamo in inferiorità numerica, reduci da un momento di leggera flessione. Ma il merito è di tutti, abbiamo vinto da gruppo". Un sospiro di sollievo, dopo una luna corsa a due con l'Ascoli: "Ho massimo rispetto per loro, ho un sacco di amici lì. Galuppini è stato uno dei primi a scrivermi, è un mio amico, mi ha fatto i complimenti. Spero possa festeggiare presto anche lui. Il rispetto deve essere alla base di tutto".
Dare tutto e non avere rimpianti, uno dei tanti mantra che Shaka ha portato avanti durante la stagione: "Due mesi fa avevo il ginocchio infiammato, dolori dappertutto, ma sono sempre andato avanti. In campo magari sembro tosto, ma fuori ho sofferto tanto. Quando scendo in campo cerco sempre di dare il massimo per mettermi alle spalle le fragilità, lì trovo le emozioni. Alla fine il bene vince sempre sul male". Forza e convinzione, anche nell'appuntamento decisivo: "Contro al Torres al 70' ho iniziato ad avere i crampi, ho stretto i denti, mi sono fermato e poi ho ripreso a correre. La voglia di regalare il sogno Serie B alla città, e a me stesso, era troppo forte".
'Il calcio mi ha salvato la vita'
Quando ripensa al suo rapporto con il calcio, però, il pensiero è netto: "Mi ha salvato la vita. Sono arrivato da solo, dall'Africa, e questo sport mi ha dato tutto quello che non avevo mai avuto prima. Il calcio dà e toglie, ma spesso può restituirti tante cose impossibili da immaginare. Nel mio quartiere, vedendo il mio percorso, in tanti continuano a non mollare".
Un vero e proprio colpo di fulmine con questo sport: "È nato come un divertimento, all'inizio ho fatto diversi ruoli. Ricordo che portavo le scarpe a mio fratello maggiore. Ho cominciato a seguire i suoi passi, e alla fine sono arrivato in Europa. Non dimentico da dove provengo e cosa ho dovuto affrontare". Lacrime e sudore, lavoro e sacrificio: il viaggio di Eklu Shaka Mawuli riparte da qui. Riparte così.
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