Dal primo gol in Serie B all'ultimo gol di tacco: Sossio Aruta si è raccontato ai microfoni de LaCasaDiC.com
Dopo una vita a girare per le città Italiane, segnando 382 gol tra i professionisti, la carriera di Sossio Aruta non è mai finita. Oggi gioca nel Torneo Intersociale a Napoli, dove partecipano solo Over 50 e nella Nazionale del cuore attori e cantanti. Ai microfoni de LaCasaDiC.com ha raccontato la sua carriera e della sua vita.
Proprio in una delle ultime partite, il 55enne nativo di Castellammare Di Stabia, ha segnato un gol favoloso di tacco, dimostrando che nonostante gli anni passino, il fiuto del gol rimane: "L’esperienza fa la differenza, ho letto la traiettoria della palla e in un mezzo secondo ho capito che quello era l’unico modo per poterla prendere. Ovvio, c’è anche la fortuna: l’ho presa benissimo e la palla è entrata, potevo anche colpire la traversa. - continua poi Aruta - Un po’ come Pippo Inzaghi, quelle sono doti".
Il soprannome del “Re Leone” da dove nasce:"Io ero uno di quegli attaccanti che picchiava i difensori. Ai tempi, fisicamente ero un bell’animale: portavo i capelli lunghi, la fascia in testa alla Rambo e avevo questo aspetto rude. In campo poi ero veramente un leone, un capitano senza fascia perché mi caricavo dietro tutti grazie al mio carattere, che mi ha aiutato ma anche penalizzato, pagando a caro prezzo i miei atteggiamenti. Vado fiero di questo soprannome, perché mi rispecchia e lo porto tatuato sul braccio sinistro. Proprio sul proprio carattere ha aggiunto "Io ero già un ribelle, in un’era dove c’era rigidità. Tante volte venivo espulso, ero un rissoso, ma non sono uno che si piange addosso. Ho vissuto la mia vita a 360 gradi, prendendomi sempre le mie responsabilità".
Sull’essere un attaccante: "Essere un calciatore è una fortuna, ma essere anche un attaccante è il binomio perfetto che un bambino possa sognare. Mi sento fortunato perché ho trasmesso ai tifosi la gioia di esultare per un gol".
Dal gol in Serie B al sogno europeo con il Tre Fiori
Una carriera in giro per l’Italia, tra professionisti e dilettanti, adattandosi a nuovi contesti ogni volta: “Il mio ruolo mi ha aiutato tantissimo, perché ero il beniamino dei tifosi. Ho imparato ad avere uno spirito di adattamento e l'essere nato con il pallone tra i piedi mi ha aiutato a non soffrire gli spostamenti. Ha poi aggiunto "Se dovessi scegliere tra rimanere in una squadra o spostarmi, preferirei cambiare. Mi ha acculturato, vivendo tantissime città scoprendo tradizioni, caratteristiche e storie che mi hanno fatto crescere come uomo”. Il primo gol non si scorda mai, specialmente quello in Serie B. Aruta, il suo primo gol nel campionato cadetto lo ha segnato con la maglia del Pescara: "Quello con il Pescara rimane il gol più importante della mia carriera. Come dimenticare l’assist di Ottavio Palladino, contro un Padova dove giocava Massimiliano Allegri. È stato il gol più importante perché è la massima categoria in cui ho giocato, per me è stata l’apoteosi: non mi ha fatto dormire per una settimana". Andando avanti nei suoi ricordi, è riuscito anche ad esordire anche in Champions League e in Europa League, con una squadra sanmarinese, il Tre Fiori: "È stata una bellissima esperienza, tra l’altro siamo stati la prima squadra sanmarinese a passare un turno in Europa League. Sentire la canzone della Champions League che tutti sognano è un ricordo che conservo ancora. Se dovessero vincere di nuovo il campionato, possono fare ancora affidamento su di me". Le differenze tra la Serie C in cui ha giocato Aruta e quella attuale per l'attaccante sono chiare:"Io giocavo perché ero bravo, così come gli altri, non perché c’era la regola degli Under. Il calcio è cambiato in peggio: c’è solo forza fisica, non più tecnica e tattica. Questo è un discorso che riguarda anche la Serie A non solo la Serie C. Le conseguenze le sta pagando la Nazionale, non ci sono più talenti come Totti, Maldini, Pirlo e potrei continuare. Non cambierei mai la mia era con quella di oggi".Da Campioni a Uomini e Donne: la vita all’interno dello spettacolo
Durante la sua carriera, Aruta è entrato anche nel mondo televisivo, prima con Campioni e poi con programmi come Uomini e Donne, Temptation Island e Grande Fratello VIP: "La partecipazione a Campioni ha fatto aumentare la mia popolarità. Nel 2014, dopo essermi separato, ho avuto l’idea di mandare una mail per Uomini e Donne facendomi conoscere, non solo dal pubblico maschile, ma anche da quello femminile. È stato un percorso che è durato molto, circa 5 anni, e che mi ha dato tante opportunità in un mondo che non conoscevo. Ora non vivo solo di calcio. Poi questa vita mi ha permesso di conoscere le mamme dei miei figli. Se non avessi girovagato, tra calcio e vita privata, non avrei mai potuto conoscere queste persone". Parlando di Campioni, Aruta ha spiegato com’è la presenza delle telecamere all’interno di uno spogliatoio: "Nel mio caso, quando sono andato a Campioni, avevo 36 anni, ma ero già abituato perché spesso venivo invitato nelle televisioni locali. L’unica differenza è quella di essere microfonati durante gli allenamenti, dove può scappare la parolaccia, però poi diventa un habitué".Sossio Aruta: "Il calcio per me è sempre stato un rifugio, a lui devo tutto"
Ma cosa spinge Sossio Aruta, nonostante i 55 anni, a continuare a giocare? "Fin quando avrò la forza, la voglia e la passione lo farò. Sono stato fortunato perché essere un bomber mi ha allungato la carriera, perché nonostante l’età continuavo a segnare e quindi non guardavano la carta d’identità. Non ho mai subito il dolore di lasciare il calcio all'improvviso, cosa che purtroppo succede a tanti. Fisicamente sto una bomba e non ho intenzione di smettere. Il calcio per me è sempre stato un rifugio, soprattutto nei momenti difficili della vita, a lui devo tutto". Sulle sue possibilità non sfruttate: "A livello tecnico avrei potuto fare di più, magari non sarei arrivato nella Juve, Inter o Milan, ma in qualche squadra di Serie A, per come mi ha dipinto chi capisce di calcio". Cosa consiglia ai giovani che sognano una carriera nel calcio: "Essere un calciatore non è solo questione di tecnica ma anche di mentale. Il difficile non è arrivare, ma rimanere. Il consiglio che posso dare è di non mollare gli studi. Il calcio è cambiato e nessuno pensa a cosa fare dopo. Non bisogna pensare che duri all’infinito perché si rischia di rimanere spiazzati. Il consiglio quindi non è solo pensare ad oggi ma anche al domani quando questo bellissimo viaggio finirà".Altre notizie - Interviste e Storie
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