Nel corso degli episodi di “Il Dodicesimo – Storie di Tifo”, abbiamo osservato il tifo da angolazioni sempre diverse. Abbiamo visto chi lo vive dall’interno del club, chi perché ha subito un innamoramento o ancora chi ha ricevuto la propria passione in eredità. Oggi esploreremo una nuova sfumatura, quella del tifo nato come attività ricreativa con gli amici che diventa cultura da portare alla società.
La città di partenza è Lumezzane, un comune bresciano incastonato tra i monti della Val Trompia che ha fatto del lavoro del metallo e della manifattura la propria identità. In termini calcistici, parliamo di un club che da tre stagioni partecipa al campionato di Serie C con i colori rossoblù, su suggerimento di uno dei fondatori del club simpatizzante del Genoa.
La nostra guida è Giacomo, ragazzo studente di 24 anni già radicato nel tessuto sociale del suo territorio. Oltre agli studi segue infatti un gruppo di persone con disabilità mentale a Brescia, ha fondato una squadra di baskin - il basket inclusivo - a Lumezzane e si è avvicinato di recente alla politica locale per difendere la propria comunità. Sportivo a tutto tondo, segue ogni disciplina che riguarda il suo comune: dal basket, al terzo livello nazionale, alla squadra femminile di calcio, oggi al secondo posto in serie B. Ma la sua passione principale resta la Prima squadra maschile, seguita fin da bambino. Ogni fine settimana Giacomo prepara cori, bandiere, sciarpe e tanta energia, ma sempre con responsabilità. Questo perché il gruppo che ha formato attorno a sé ha una sola bussola, quella del tifo intelligente.
“Abbiamo scelto come nostro simbolo la faccia di Einstein. L’idea nasce nel 1996 dal gruppo dei ‘Kapovolti’, la tifoseria che c’era prima di noi. Abbiamo creato un collegamento con quel passato che rappresenta anche la nostra mentalità”, racconta. Anche perché il collettivo è composto in larga parte da ragazze e ragazzi impegnati anche nel civile e nella società, consapevoli del valore delle regole. “E poi diciamocelo: è un simbolo figo! Dove lo vedi in giro? La gente in trasferta ci riempie sempre di complimenti”.
DA SVAGO A MISSIONE – “Bisogna fare un lavoro profondo, portando cultura e iniziando dai colori, dall’amore, dalla maglia e dalla storia per costruire un seguito intorno alla squadra”. Da questa convinzione nasce la missione di Giacomo, che a dire il vero non è semplice in una realtà come quella di Lumezzane. “In questo momento siamo una cattedrale nel deserto a livello di numeri, ma portiamo l’entusiasmo che serve. Poi è chiaro che la crescita dipende anche dai risultati. La società ci è vicina e abbiamo tanti progetti in cantiere. Bisogna essere allineati e stare insieme per crescere, perché anche il tifo deve crescere se puntiamo a categorie superiori”.
E pensare che tutto è iniziato da un mix di tradizione familiare e voglia di fare qualcosa di diverso. “Mio zio mi raccontava spesso delle trasferte con i suoi amici: dalla Sardegna a Livorno, oltre alle finali con il Cesena e la Pistoiese con migliaia di persone al seguito. Così si è accesa la lampadina”, ricorda il ragazzo. Da quel momento, il solito ritrovo al bar ha lasciato il posto a weekend diversi, allo stadio. “Dal divertimento nascono anche le soddisfazioni: in trasferta contro il Brescia eravamo tantissimi, non sapevo nemmeno come gestire il tutto. O vedere nelle scuole di Lumezzane ragazzini con le sciarpe del nostro gruppo, ci riempie di gioia e ci carica”.
L’UNIONE CON IL BRESCIA – Una delle pagine più recenti del calcio bresciano è la nascita dell’Union Brescia, operazione che all’inizio ha coinvolto anche le realtà professionistiche del territorio come Ospitaletto e Lumezzane, prima che si definisse l’unione con la FeralpiSalò. “La scorsa estate c’è stata tanta preoccupazione in città, ma ero convinto che la nostra società sarebbe rimasta sulla propria posizione. Siamo leader in tanti settori: abbiamo un distretto industriale straordinario, il quinto in Italia per PIL, che dà lavoro a migliaia di persone. C’è un welfare solido, abbiamo le montagne e il lago. Perché non possiamo crescere anche con il calcio, mantenendo la nostra identità?”, ragiona Giacomo. E proprio da quelle idee è ripartita la stagione del Lumezzane, attualmente in zona playoff in Serie C in attesa delle ultime giornate.
STORIE DI TIFO – Nel viaggio con Giacomo non possono mancare gli aneddoti. Quello che più porta nel cuore arriva da Trieste. “Ero all’università e dopo un esame abbiamo aspettato chi lavorava e siamo partiti. Tre ore e mezza di musica, giochi e risate e siamo arrivati allo stadio 'Nereo Rocco', da brividi. Ci siamo trovati davanti a un migliaio di triestini che fischiavano, ma per noi era quasi un orgoglio: voleva dire che ci calcolavano”.
Il Lumezzane vinse 2-3. “Ricordo il gol di Taugourdeau, come se gli avessimo chiamato il tiro. Venne sotto di noi a esultare e noi eravamo impazziti. Sulla via del ritorno verso a casa siamo finiti sotto un cavalcavia e per mezz’ora abbiamo cantato e saltato insieme, tutti abbracciati. Non ci conoscevamo nemmeno bene prima di partire, siamo tornati uniti. Lì ho capito che al primo posto ci sono i colori”, racconta con le lacrime agli occhi.
Perché il tifo, alla fine, è anche questo. Una forma di divertimento, portata avanti con intelligenza e leggerezza. Un modo di stare insieme, di credere, di far crescere una comunità. E Giacomo unisce tutte queste sfumature, creando un nuovo colore. Questa è la sua “Storia di Tifo”.
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