Cosa sentirà Marco Gaburro appena metterà piede sul verde del Rigamonti-Ceppi? Beh: sentirà il sapore dell'impresa. Quella da lui stesso architettata, quella che ancora adesso vive nei ricordi e addolcisce l'atmosfera sopra il lago. Nessuno ha dimenticato. Perché è stato bello (bellissimo), perché ha posto una pietra, perché ha poi dato ulteriore slancio ai sogni di un popolo. Lecco, i lecchesi, la paura della rinascita; infine, la gioia. La gioia di restare. Per sempre uniti, chissà, da un trionfo memorabile. Nessuno ha dimenticato.
Nonostante i tempi corrano, nonostante il bluceleste abbia contestualmente sperimentato più calore, sulla sua pelle. Cambiando, crescendo, colorandosi di conquista: la Serie B nel 2023, cartolina di un viaggio bellissimo. Che non avrebbe però trovato meta, senza quella tappa del 2019. Fondamentale, per assorbire la consapevolezza che si potesse e si dovesse puntare alla cima della montagna. Serie D, secondo anno dalla rifondazione della società. Il settimo tra i dilettanti. L'ultimo, perché sulla panchina del club c'era un uomo abituato a guardare oltre. Proprio lui, proprio Gaburro. Sua, la firma sul Capolavoro: con la C maiuscola, come il treno preso al volo e fatto proprio. Mai abbandonato, in seguito. Il treno dei pro.
Sudore fiero, occhio vigile, mano sul cuore. Gaburro è stato anche padre dei suoi stessi ragazzi, amico fedele della piazza, tifoso sinceramente appassionato. E non solo un condottiero leale, un uomo di valore, un allevatore di idee. Ecco perché, ancora oggi, sette anni dopo il suo addio (venne esonerato dopo 7 giornate di Serie C), Lecco gli riserva il plauso. Perché si è divertita, perché ha riso e pianto, perché si è identificata nel suo fuoco e perché è tornata a credere. Credere, sì. Credere nel bello, nei gol, nei punti...ma soprattutto credere che, in fondo, guardare il mondo dall'alto verso il basso non fa poi così paura. Ciò ha fatto di lui un vincente.
Come spiegare, altrimenti, gli 86 punti di quella squadra? I suoi 75 gol fatti e i soli 23 incassati? Ma soprattutto come si spiega a chi non c'era l'affetto, la gratitudine e l'orgoglio di esserci stati davvero? Oggi Gaburro allena il Desenzano (che caso vuole ha appena portato in Serie C per la prima volta in assoluto), domenica 16 agosto tornerà - per la Coppa Italia di categoria - dove a Lecco tutto ebbe inizio. Il destino gli ha regalato esattamente quello che, sotto sotto, voleva anche lui. Un rientro a casa per incorporare la stima di chi osò al suo fianco. E per scorgere, nell'aria, ancora per un istante, il sapore dell'impresa che rese grandi tutti.
Le mille vite di Gaburro
Chiamatelo pure "mister imprese". In 25 anni di panchine, infatti, Gaburro ne ha conquistate ben cinque. Tutte dalla Serie D alla Serie C. Una con il Lecco, una con il Desenzano, una con il Rimini, una con il Gozzano e una con la Poggese (dove, a 28 anni, ha esordito in C2). Ci sono tutte, ma probabilmente non bastano per spiegare la sua leggenda.
Nasce nel '73, nel '92 è già per campi e nel 2001 vince pure. La D, per l'appunto, alla guida della Poggese. Poi prova, cade, ritenta e vince. Vince sempre Gaburro. Il Desenzano, i professionisti, non li aveva mai visti. Solo accarezzati. Come il Gozzano, del resto: pensate che in quella squadra, quella vincente del 2017/18 (la prima tra i pro in 94 anni di storia), c'era anche Junior Messias, che giusto qualche anno dopo - a 30 anni compiuti - riuscì a ritagliarsi un clamoroso angolo di Serie A. Il Lecco, invece, era reduce da un fallimento. Il Rimini era rinato da soli sei anni. Ma Gaburro ha sempre amato costruire luce nei silenzi e fare rumore nell'ombra. Sorprendere, insomma, è la sua quotidiana missione.
E adesso vuole tenersi la C
Una categoria che Gaburro ama regalare ma non regalarsi. A Gozzano fu rimpiazzato dopo la promozione da Antonio Soda. Lui era già impegnato a vincere a Lecco, che però lo salutò dopo 7 gare di C. A Rimini, invece, chiude il successivo campionato di C arrivando nono.
Ma ne ha viste e vinte talmente tante che è quasi una nota marginale, il fatto che spesso riparta dalla D (dove conta circa 600 partite) per scalare in C (un centinaio di panchine). Il calcio sa offrire strade, ma sta al singolo capire quale percorrere. L'allenatore figlio del '73, dalla sua, ha scelto quella più affascinante senza disdegnare quelle più ardue. Altrimenti perché è ancora qui a dannarsi per i sogni suoi e degli altri?
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