In un calcio che viaggia costantemente ai mille all’ora, che mette sempre al primo posto i risultati e i guadagni, ha ancora senso decidere di non fermarsi alle apparenze provando ad andare oltre? Fermarsi e riflettere. Comprendere come il linguaggio universale del pallone possa ancora oggi essere in grado di rallentare, di mettere in luce situazioni difficili, guerre e disuguaglianze, amalgamando mondi diversi al di sotto di un’unica grande passione. Roberto Breda ha deciso di rispondere a questa domanda.  La scelta di affrontare un progetto umano prima che sportivo, ricordando al mondo del calcio che mantiene ancora il suo potere, il suo valore universale e la sua forza culturale.

Il progetto di Reggio Calabria nasce così. La necessità, semplice quanto umana, di voler regalare a nove giovani palestinesi la possibilità di vivere il calcio dei grandi. Come dei veri professionisti, come se la loro terra non stesse affrontando un momento complicatissimo e il viaggio per arrivare in Italia non durasse quasi tre giorni. Roberto Breda non ha pensato due volte a prendere parte al progetto: ha scelto di mettere in campo la sua esperienza raccolta in oltre trent’anni di professionismo, non con lo scopo di aggiungere punti al curriculum, ma con la consapevolezza di quanto un’esperienza del genere possa lasciare all’interno di chi ne prende parte. “La maggior parte di questi ragazzi non aveva mai preso un aereo e altri, nonostante abitino a 30 km dalla spiaggia, non avevano mai visto il mare. Inizialmente per loro tutto era diverso. Anche solo interfacciarsi alle volontarie donne, ad esempio, è stato un passo culturale importante. Le nostre realtà sono profondamente diverse, ma il calcio è un linguaggio universale e la loro fame ha da subito superato ogni ostacolo”.

Fame. Una parola che Breda utilizza spesso per rendere l’idea di quanto un’avventura del genere possa valere per questi ragazzi. Tutti giovanissimi, tra i 16 e i 20 anni, proveniente da Sebastia, cittadina in Cisgiordania poco distante da Gerusalemme. Per l’ex allenatore della Reggina l’opportunità non è arrivata per caso, ma è frutto di amicizie mantenute nel tempo, fin da quando sedeva sulla panchina granata. Insieme a lui in questa esperienza due associazioni: Attendiamoci, organizzazione di attività formative per i giovani in tutta Italia, e l’associazione Pro Terra Sancta. Il tutto coordinato da un sacerdote, caro amico dell’allenatore e missionario proprio in Medioriente. Don Valerio passa quattro mesi all’anno in Palestina e ha conosciuto la realtà della loro squadra di calcio. Poche strutture e possibilità di allenarsi massimo una volta a settimana: voleva fare qualcosa per loro e così è nato questo viaggio. Da quel momento è stata un esperienza bellissima per tutti. Non è mai stata una questione di livello, di tecnica o altro: il mio compito era quello di far vivere loro una settimana da calciatori professionisti. Ogni mattina ci svegliavamo, colazione proteica come i veri giocatori, poi riunioni video e allenamenti sul campo. L’obiettivo non era solo quello di far respirare loro il calcio, ma anche quello di trasmettere qualcosa al loro allenatore. Qualcosa che rimanga anche a lui, così che il loro percorso possa continuare una volta tornati a casa”.

"Le emozioni e i ricordi che ti rimangono dopo un'esperienza del genere sono qualcosa di difficile da descrivere a paroleracconta Breda mettendo in luce gli aspetti più emotivi di un'esperienza immensa, non solo per i ragazzi ma anche per lui. "Gli allenamenti sono stati solo una piccolissima parte di tutto ciò che abbiamo vissuto. L'anima del percorso è stata la passione. La passione e la voglia di imparare, nonostante il poco tempo a disposizione. L'emblema è stata sicuramente la partita finale: per tutti noi era solo un amichevole, ma per loro è stata come una finale. Ho rivisto negli occhi del loro allenatore la tensione che avevo io la domenica. I ragazzi hanno giocato contro una squadra locale di Reggio Calabria e hanno anche vinto, ma la parte più significativa è stata la festa finale. Tantissime persone hanno partecipato e l'intera città ha fatto sentire il suo calore. Ora ci piacerebbe mantenere il contatto con questa realtà, costruire una comunicazione continua e poi chissà, magari un giorno saremo noi ad andare da loro". 

Roberto Breda: "Questi ragazzi volevano imparare, mi hanno riempito di domande"

Da vero allenatore di esperienza, abituato a spogliatoi e piazze importanti, Roberto Breda ha messo da subito in chiaro le cose anche con i ragazzi di Sebastia. "Il primo giorno gli ho detto le cose come stavano: in 10 giorni non riuscirò a cambiare la vostra tecnica, mi piacerebbe però farvi vedere il calcio in un modo diverso, spiegarvi come funziona l'atteggiamento e come deve lavorare la testa. Sono certo che questo messaggio sia passato. Io sono abituato con i professionisti che quando li convochi in riunione dopo pochi minuti perdono l'attenzione, con loro invece potevo stare a discutere anche per più di un'ora. La fame di imparare il più possibile li spingeva a riempirmi di domande ogni giorno".

Ad affrontare questo progetto Breda non è stato sempre solo, ma è stato affiancato anche da altri nomi d'eccezione del calcio reggino. La grande e volenterosa partecipazione dei ragazzi ha permesso infatti all'allenatore di coinvolgere anche altre figure del mondo del calcio diverse dall'allenatore, tutti sui compagni di avventura sul campo in stagioni passate. "Per me era una cosa molto importante far vedere a questi ragazzi come il mondo del calcio oggi si basi su tante figure diverse, ognuna con il suo compito e, per farlo al meglio, ho chiamato dei miei carissimi amici in rappresentanza. Il primo è stato Simone Giacchetta, ex direttore sportivo della Cremonese e mio compagno a Reggio. Poi abbiamo portato il preparatore atletico Giovanni Safiotti, anche lui conosciuto alla Reggina, e infine dei calciatori, come Antonino Barillà. L'obiettivo era dar loro le basi per conoscere ogni aspetto del lavoro del calciatore professionista, ma anche mostrargli come dei ragazzi con il loro stesso sogno sono arrivati a realizzarlo."

Una delle prime barriere da affrontare in un'esperienza del genere è sicuramente quella linguistica. La distanza che si allunga tra due persone se queste non possono scambiarsi pensieri, parole o osservazioni. Il calcio però in questo caso viene in aiuto, tende una mano e costruisce ponti, traducendo anche i termini più difficili in un linguaggio universale. "I ragazzi sono arrivati con un accompagnatore che parlava inglese. Io anche ho sempre parlato in inglese ma, la dove neanche la traduzione riusciva ad arrivare c'era il pallone. La voglia di comunicare era talmente tanta che non serviva sempre capirci a pieno per comprendere un concetto, una storia o un messaggio. La condivisione è stata tantissima e non parlo di calcio: siamo riusciti a scambiarci in pochissimo tempo una quantità enorme di esperienze vissute, di questioni sociali e di elementi culturali. Tutto succedeva in maniera naturale, dal mattino alla sera c'erano sempre e solo sorrisi. Non dimenticherò mai le serate passate a mangiare insieme, i ragazzi che cucinano il loro cibo tipico e le notti passate a guardare i mondiali".

Il calcio in pillole: adesso il lavoro di Roberto Breda si comprende attraverso una newsletter

Per Roberto Breda il calcio è comunicazione. E' un ponte capace di avvicinare non solo culture diverse, ma anche singole persone, allontanate dallo scorrere veloce del tempo ai giorni d'oggi. Per l'allenatore trevigiano il suo ruolo non è solo quello di lavorare da solo, ma piuttosto quello di riuscire a creare una rete di comunicazioni, dalla quale imparare, ma soprattutto grazie alla quale poter mettere a disposizione di chiunque la propria esperienza.  Con questo scopo nasce Vista Periferica, la prima newsletter creata da un allenatore professionista e rivolta a chiunque ami il calcio. "Oggi abbiamo la possibilità di accedere a tantissimi contenuti. Vediamo continuamente vite patinate, vivendoci i social e internet spesso in maniera negativa e superficiale. La mia idea era quella di portare, a chi fosse stato interessato, le mie esperienze di vita vera, vissuta sul campo da calcio per oltre 30 anni".

Realtà di un calcio che cambia, che sposta i metodi e che apre gli occhi alla possibilità di fare community anche fuori dal rettangolo di gioco. Non solo per mostrare gli aspetti positivi, ma per mettere sotto i riflettori anche le difficoltà di un ruolo spesso lasciato solo, quasi a vivere una vita isolata dal resto del mondo, quello dell'allenatore. "Credo che il  calcio sia molto avanti riguardo certi aspetti, ma ancora seriamente indietro su molti altri. Questo progetto nasce da un'idea di condivisione, dal voler mettermi nei panni di chi sta iniziando, riconoscendomi ancora in loro. Non c'è bisogno di scrivere contenuti lunghi o di raccontare cose complesse: il mio obiettivo è quello di trasmettere in pillole cose non scontate, trascrivendo cos'ho imparato in 30 anni e cosa secondo me potrebbe servire a chi si affaccia a questo mondo con curiosità".

Sezione: Interviste e Storie / Data: Ven 31 luglio 2026 alle 17:38
Autore: Francesca Caldelara
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