Oltre 160 presenze tra i professionisti, più di 20 gol e, a 27 anni, una voglia intatta di rimettersi in gioco. Orazio Pannitteri è attualmente svincolato dopo la conclusione della sua esperienza al Latina, ma non ha intenzione di considerare terminato il proprio percorso in Serie C. L'attaccante siciliano ha raccontato la sua carriera ai nostri microfoni, partendo proprio dal presente e dalla scelta di rescindere nell'ultimo giorno di mercato: “È stato un atto di coraggio. Tutti mi consigliavano di non farlo, ma sei mesi fuori mentalmente mi avrebbero distrutto. Non mi sento ancora un giocatore da Serie D, penso di meritare un'altra possibilità in Serie C. Ho ancora voglia di dimostrare il mio vero valore”.

Una convinzione costruita attraverso un percorso tutt'altro che lineare. Pannitteri cresce prima nell'Athena Club, la scuola calcio del padre Ciccio, e successivamente entra nel settore giovanile del Catania. Proprio in rossazzurro vive uno dei primi momenti complicati della sua carriera: “C'è stato un anno in cui non giocavo praticamente mai. Venivo scartato anche per il mio fisico e per la mia altezza. Avevo pensato di mollare, tutti mi dicevano di concentrarmi sulla scuola”. Dopo i prestiti ad Acireale e Locri, le strade con il Catania si separano: “Dopo la stagione a Locri, il Catania non ha più creduto in me. Mi sarebbe piaciuto esordire nella squadra della mia città”.

La svolta arriva alla Vis Pesaro, dove Pannitteri conquista il professionismo. Un passaggio nel quale conserva un ringraziamento particolare per Simone Pavan: “È lui che mi ha lanciato nel mondo dei professionisti. Mi ha preso e ancora oggi lo ringrazio”. Dopo un avvio con poco spazio, Pannitteri riesce progressivamente a scalare le gerarchie e a costruirsi il proprio percorso in Serie C. Qualche stagione più tardi arriva un altro momento decisivo: rimasto fuori rosa a Pesaro e intenzionato a non perdere la categoria, raggiunge Milano nell'ultimo giorno di mercato. A pochi minuti dalla chiusura è il direttore Conti a offrirgli una nuova opportunità alla Fermana: “A due minuti dalla fine del mercato ha creduto in me e mi ha preso. Lo ringrazio ancora”. Proprio a Fermo arriva una delle stagioni più importanti della sua carriera, chiusa con 10 gol: “All'inizio giocavo poco, poi ho avuto la mia occasione. Avevo 22 anni e pensavo di meritarmi la Serie B. Quello resta uno dei grandi rimpianti della mia carriera”.

Il suo percorso porta inevitabilmente anche a una riflessione sui settori giovanili italiani e sulla meritocrazia: “Secondo me in Italia si guarda troppo il fisico. I ragazzi bravi nell'uno contro uno magari non sono ancora pronti fisicamente e hanno bisogno di tempo per crescere. Servirebbe più lavoro individualizzato sui singoli calciatori. Nel mio caso, per esempio, non è stato fatto”. Un sistema che, secondo l'attaccante, rischia di lasciare indietro qualità differenti: “Con il lavoro fisico personalizzato magari sarei cresciuto prima anche sotto quell'aspetto. La tecnica, l'intelligenza calcistica e quella tattica possono compensare determinate differenze fisiche”.

Pannitteri: “In Italia si guarda troppo il fisico. Ai giovani dico di non mollare mai”

Dietro al calciatore c'è poi una storia familiare fortemente legata al pallone. Il padre Ciccio Pannitteri è stato uno dei suoi primi punti di riferimento, pur scegliendo di non interferire mai nelle decisioni del figlio: “Mi ha sempre lasciato tranquillo, non mi ha mai oppresso. È stato un esempio per me e ha sempre rispettato le mie scelte”. Pannitteri ricorda anche i sacrifici del nonno, che per anni lo accompagnava da Paternò a Catania per gli allenamenti. Ed è proprio pensando al bambino che allora faticava a trovare spazio che arriva uno dei messaggi più forti dell'intervista: “Gli direi di non mollare, come non ho mollato io. Nel settore giovanile nessuno avrebbe pensato che sarei diventato un calciatore professionista e avrei superato le 160 presenze. Mi sono guadagnato tutto con lavoro, sudore e impegno”.

Una filosofia che Pannitteri estende a tutti i ragazzi che attraversano un momento difficile: “Magari l'allenatore non ti fa giocare, rimani in panchina, fai chilometri per allenarti e arrivano le delusioni. Ma se hai passione, lavori e hai delle qualità, prima o poi l'occasione arriva. Può essere in quella squadra oppure in un'altra. La passione per il calcio va dalla Terza Categoria alla Serie A: non bisogna mai mollare”. Una convinzione maturata anche attraverso esperienze personali: “A Pesaro ero rimasto undici partite in panchina. Sono entrato per cinque minuti e da lì è ripartito tutto. Non avevo mai smesso di lavorare”.

Il ritorno in Sicilia e il ricordo dello zio Consolato

Nel percorso di Pannitteri c'è anche il ritorno in Sicilia con il Siracusa, una scelta che per l'attaccante aveva un significato che andava ben oltre il campo. A spingerlo verso casa c'era infatti anche il desiderio di stare vicino allo zio Consolato, una delle persone che maggiormente aveva seguito e sostenuto la sua carriera: “Ero tornato anche e soprattutto per mio zio, Consolato. Era un mio grandissimo tifoso e purtroppo è mancato, è stata una grave perdita per me. Ma mi sono rialzato per lui”.

Adesso l'obiettivo è scrivere un altro capitolo della propria carriera. Pannitteri non nasconde la volontà di ricevere una nuova opportunità tra i professionisti e chiude con un messaggio rivolto anche a chi potrebbe decidere di puntare su di lui: “Ho il sangue agli occhi perché stare a casa è brutto. Chi mi prenderà troverà un giocatore che ha imparato anche dai propri errori, che ha voglia di rifarsi e che darà più del cento per cento. Metterò il cuore, la passione, il lavoro e il sacrificio per raggiungere l'obiettivo della squadra in cui andrò”.

Sezione: Interviste e Storie / Data: Dom 11 ottobre 2026 alle 11:00
Autore: Mattia Cordì
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