Il poeta argentino Roberto Fontanarossa diceva: «Essere di Rosario, vuol dire essere in una maniera esagerata argentino, fino alle estreme conseguenze» e da qui si parte per parlare di Juan Ignacio Molina. Lì dove una città intera trasuda di passione, di calore. Di argentinità. Lì dove il calcio non si tifa solo, ma dove il pallone diventa una parte stessa della cultura, della vita quotidiana e dei rapporti fra la gente. Un'Argentina autentica, dove i bambini non sognano di diventare calciatori, ma di scendere in campo almeno una volta nella vita con la maglietta del loro tifo addosso, che sia Rosario Central o l’Atlético Newell's Old Boys. Le due squadre che spaccano la città. Non solo una passione, ma qualcosa in più. Un aspetto che, pur dividendo, riunisce un'intera vera e propria metropoli sotto un’unica grande ossessione, il calcio. Non solo Messi o Di Maria. Le storie di bambini partiti da Rosario con il sogno di correre tutta la vita con un pallone tra i piedi sono tante e tutte diverse ma, una di queste, da quattro stagioni a questa parte è atterrata in Serie C. Il calcio come possibilità e non come ossessione per realizzarsi. Il racconto che sembra un film, uno di quelli nella quale il protagonista è costretto a reinventarsi alla ricerca di una vita migliore. Questo è Juan Ignacio Molina e questa, è la sua storia.

L’avventura dell’attaccante argentino classe 1997, parte proprio da queste strade. Da questa terra in cui il calcio si tramanda e si respira. Parte da un bambino che sognava di scendere in campo con i colori della sua città e che si è ritrovato poi a rappresentare le piazze italiane più diverse, incarnando lui il sogno di bambini nati dall’altra parte del mondo rispetto a lui. Partendo dalla Sardegna, passando per il centro Italia e la Campania, fino ad arrivare a chiamare “casa” il Trentino: tappe di un viaggio che restano l’emblema di un ragazzo volenteroso di lasciarsi alle spalle il passato per un futuro nuovo. “Quando nasci a Rosario il primo sogno che hai è quello di esordire con la squadra della città, nel mio caso con il Rosario Central. Già a tre anni andavo allo stadio e vedere tutta quella tifoseria mi ha trasmesso una passione spettacolare. Alla mia città, alla mia famiglia, ai miei amici, a tutto ciò che ho lasciato lì, tengo tantissimo. Quando è arrivato il momento di andare via ho fatto tanta fatica, ma sapevo di dover andarmene. Vivevo in una situazione in cui non si stava bene e mi è venuta la pazza idea di partire per la Spagna. Avevo un amico che viveva già lì da tempo ed è stato lui a convincermi, sapeva che un modo per cavarmela lo avrei trovato”.

Partire e lasciare tutto. Abbandonarsi alle spalle gli affetti e una carriera costruita con i sacrifici di un ragazzo di appena vent’anni. Il calcio per un istante diventa un piano secondario. Quel sogno che stava per diventare il tuo futuro in un attimo, nell’ottobre del 2019, ritorna dentro il cassetto e l’unico obiettivo della vita è quello di sistemarsi per ritrovare la serenità. “All’inizio non avevo i soldi neanche per comprarmi il biglietto aereo. Poi grazie a un prestito di uno dei miei migliori amici sono partito. Avevo solo un biglietto e una valigia, neanche un documento per poter restare. Ero praticamente un turista atterrato per cercare la vita. Giocare a calcio non era il mio obiettivo: venire in Europa era solo il punto di partenza per provare a costruirmi un futuro migliore. Volevo avere la possibilità di sistemarmi e aiutare in ogni momento la mia famiglia che, in quel momento, ne aveva un gran bisogno. In pochi mesi, mentre cercavo di sistemare i documenti per restare, avevo finito quasi tutti i soldi con cui ero partito. Mangiavo solo perchè l’amico che mi ospitava faceva la spesa anche per me” ci ha raccontato Molina.

Il calcio però ritorna, e proprio in Spagna Juan trova uno spiraglio di speranza alla quale aggrapparsi. Quella passione che da argentino era cresciuta man mano nel tempo con lui ancora una volta lo stava per salvare. “In Spagna iniziai a giocare con una squadra locale. Al mister piacevo e insieme alla società decise di volermi dare una mano. Mi fecero un contratto da professionista in una squadra di Tercera Division per farmi avere il permesso di soggiorno. Probabilmente il primo mai fatto dalla società. In più uno degli sponsor del club gestiva un bar in città e mi mise a fare il cameriere per permettermi di mettere qualche soldo in più da parte. Lavoravo 8 ore e poi andavo al campo. Sembrava che qualcosa stesse ingranando poi, dopo solo due partite di campionato, il Covid. Sono iniziati mesi complessi: tutti chiusi in casa, ci allenavamo da soli. Poi la stagione ha finalmente pian piano ripreso, ma dopo qualche partita mi sono rotto il ginocchio. E’ stato un periodo complicatissimo. Dopo l’infortunio la squadra ha deciso di non rinnovarmi il contratto e così anche il permesso di soggiorno che avevo ottenuto è scaduto. In Spagna non potevo più stare: la scelta era diventata, o resto e mi cerco un altro lavoro, o trovo un posto nuovo dove andare”.

La scalata nel calcio italiano: dalle spiagge della Sardegna al Trentino come "casa"

E qui arriva l’Italia. Il legame con un allenatore e la voglia di ripartire, ancora una volta, ancora in un posto nuovo. Sempre alla ricerca della serenità e di una vita degna prima di tutto. “In quel periodo un altro allenatore che avevo conosciuto in Spagna mi ha proposto di venire in Italia. Tramite un suo amico procuratore poteva trovarmi una squadra in eccellenza e,  grazie a un mio trisnonno di origine italiana, avrei potuto ottenere la cittadinanza. La scelta è quindi ricaduta sull’Italia soprattutto per potermi sistemare con i documenti. Il calcio mi apriva delle porte incredibili per diventare cittadino, ma non ero arrivato con l’obiettivo di giocare. Sono arrivato alla Maddalena, in Sardegna: mi ha accolto un posto spettacolare ma, anche lì, non sono riuscito a ottenere la cittadinanza e l’unica soluzione era tornare in Argentina per un periodo. Sentivo il tempo passare e io non riuscivo a sistemarmi. Anche solo mettere dei soldi da parte per provare a trovare una soluzione era difficilissimo ma, la mia unica certezza era quella che mi sarei sistemato qui in Europa, dove si stava meglio e dove avrei potuto costruirmi un futuro migliore”. 

Poi la chiamata dal Trentino. Nel momento in cui tutto sembrava andare sempre peggio e dove la speranza di tanti sarebbe già morta, l’Italia ritorna al centro della storia. Dalle spiagge della Maddalena a un paese di 10.000 anime nel cuore del Trentino per ripartire ancora. Un ritorno in Europa per trovare quella terra che oggi per Juan è casa. Lì dove il calcio ritorna a essere il presente e dove la solidarietà delle persone giuste trova rifugio nelle speranze di un ragazzo con la vita tra le dita. “Durante il periodo di ritorno in Argentina arriva questa chiamata dal Mori Santo Stefano. La società mi avrebbe dato una mano incredibile, sia economica, dandomi un primo posto dove stare, sia burocratica, aiutandomi con i documenti. Dal primo istante mi sono sentito come se fossi a casa mia. In pochi mesi sono diventato cittadino italiana e ho iniziato a giocare con continuità. Abbiamo vinto il campionato e sono riuscito a fare una marea di gol. Sono rimasto poi anche l’anno seguente in Serie D e proprio lì, piano piano, ho ritrovato quella voglia di dire: “Allora posso ancora giocare a calcio!” Ero giovane e potevo dare ancora tanto. E’ così che è nato il mio percorso di calciatore in Europa”.

La Serie C e i gol con il Trento

Anni di spostamenti, di sogni infranti e di speranza pronta a spegnersi da un momento all’altro. Ma la storia Molina è perseveranza. La voglia di un ventenne di trovare l’appiglio per continuare a crederci, proprio attraverso la sua grande passione. Proprio grazie a quel pallone che dalle strade di Rosario si è caricato in valigia e ha portato in Europa con sè. Oltre le difficoltà. L’Italia che già dall’albero genealogico era lì nel destino: lì fissa a guardare la storia senza mai venire realmente incontro. In Trentino Juan capisce che la sua nuova casa è qui. Che gli amici e la famiglia in Argentina restano, ma che è anche il momento di costruire dei nuovi legami, che lo “riportino a casa” anche quando Rosario dista migliaia di chilometri. Non solo persone ma piazze intere: negli anni gioca per maglie dal peso specifico non indifferente. Salerno, Ferrara, Siracusa, Pesaro, tappe di un percorso che in ogni istante lasciano qualcosa che va ben oltre il campo. La soddisfazione di dimostrare a tutti di avercela fatta; la voglia di sentirsi orgoglioso di ciò che si sta costruendo pian piano. “Viviamo la vita sempre cercando qualcosa in più ma, ogni tanto, bisogna fermarsi e guardare le cose positive che abbiamo fatto. Se ripenso al me di tre anni fa, mai avrei immaginato di arrivare a giocare per squadre come la Spal, la Salernitana, il Siracusa o il Trento. Soprattutto a Ferrara e Salerno ho sentito addosso un calore come se stessi giocando in Serie A. Tutto quel tifo mi ha lasciato addosso qualcosa di inspiegabile. E’  incredibile l’ambiente in cui mi sono ritrovato: esci a fare la spesa e tutti ti riconoscono e ti fermano. Io sono uno che, posso giocar bene, posso giocar male, ma metto sempre la vita dentro il campo e i tifosi lo vedono. Ho capito di essere capace a trasmettere questa cosa: quando scendi in campo con la grinta e la voglia giusta lo percepiscono tutti. L’affetto che mi hanno dimostrato in queste piazze mi rende orgoglioso di quello che sono diventato. Sono state esperienze incredibili, alla quale ancora ripenso e che, ogni volta, mi lasciano un'emozione fortissima".

In questa stagione i 5 gol arrivati nelle prime 11 gare, tra campionato e coppa, hanno il sapore di un ambiente che sprigiona fiducia. A Trento Molina ha ritrovato il contesto giusto per prendersi la Serie C da protagonista, segnando e facendo vedere a tutti cosa significa guadagnarsi un posto non solo con il talento ma con il sudore, con il lavoro di una vita intera che continua giorno dopo giorno. “Sento che il Trentino è casa mia, mi sono sempre sentito amato e accolto. Quando ho deciso di tornare non ci ho pensato due volte: la mia fidanzata è di qua, ho ancora tanti amici dell’esperienza al Mori Santo Stefano e credo che questo ambiente sia anche un motivo che mi ha spinto a fare bene in campo. Quando uno sta bene fuori, ha la testa libera per poter pensare solo a dare il meglio in campo. Il mister, la società e tutti i miei compagni mi hanno accolto alla grande e mi hanno permesso di avere intorno il mix perfetto per sentirmi bene e giocare sereno. Non voglio caricare tanto i tifosi” - ha poi raccontato ridendo - “ma siamo una squadra che negli ultimi anni ha guadagnato importanza nel girone e nella categoria. Non abbiamo la responsabilità di dover vincere, ma stiamo costruendo davvero qualcosa di importante. In questo momento possiamo giocarcela contro ogni squadra del nostro campionato. Vogliamo provare a fare qualcosa di davvero grande, ma l’obiettivo è principalmente quello di migliorarsi partita dopo partita. Se si riesce a lavorare bene, creando un gruppo sano e competitivo i risultati arrivano. Siamo in un girone equilibrato ma non guardiamo gli altri: vogliamo solo migliorare e, se anche la fortuna ci accompagna, speriamo di arrivare il più in alto possibile”.

Altruismo e carattere. Il Juan Molina del campo, spesso cattivo e grintoso, si scontra con l’animo premuroso ed emotivo di chi mette il campo e il gruppo prima dei numeri ma, l’anima da attaccante rimane. La voglia di trascinare il Trento anche a suon di gol ma, soprattutto, di migliorarsi, giorno dopo giorno, portando sul terreno di gioco anche l’animo solare e determinato di un ragazzo che finalmente è riuscito a costruire sé stesso intorno a quella passione da sempre rincorsa. L’animo argentino, caloroso e allegro che emerge dai dettagli. Dietro la maschera di chi sul terreno di gioco si nasconde dalla vulnerabilità, lasciandosi alle spalle il calcio come appiglio per una vita migliore e vivendo il campo come un sogno di ogni giorno. “Non voglio pensare a questo campionato ponendomi un obiettivo individuale, non sono quel tipo di calciatore.  Un buon giocatore deve pensare sempre al bene della squadra. Fosse per me vorrei fare sempre bene, migliorare in cose che mi vengono meno bene e perchè no, magari anche segnare qualche gol in più: alla fine sono un attaccante! In campo spesso risulto cattivo, spesso incazzato. Sono uno che si anima e spesso finisce anche per litigare, ma la realtà è che sono sempre al 100%  concentrato e, il Juan che scende in campo, è diversissimo da quello di tutti i giorni. E’ difficile parlare di se stessi, ma sono sicuro che se dovessi mi definirei un ragazzo simpatico, solare e semplice. Uno che sta nel suo e a cui piace scherzare, non andare contro nessuno ed essere felice”. Ed ecco, forse è proprio nella ricerca della felicità che viene fuori l’essenza di Juan Ignacio Molina. Lì dove tutti stanno a guardare un ragazzo che dalla vita sembra aver avuto tutto, lui si ferma, e guarda indietro ancora una volta. Riguarda le strade che ha percorso, le delusioni che ha vissuto e la paura di non arrivare mai al traguardo, facendoci vedere che quel pallone, abbandonato per necessità, lo ha seguito sempre, da Rosario fino a Trento. Fino a quella serenità che, per arrivare finalmente, ha dovuto attraversare un oceano intero. 

Sezione: News / Data: Mer 21 ottobre 2026 alle 11:00
Autore: Francesca Caldelara
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