Undici anni dopo l'ultima volta, nell'estate del 2025 è tornato a vestire la maglia della Pianese. Matteo Gorelli, esperto difensore classe 1991, si è raccontato ai microfoni de LaCasadiC.com. Un viaggio attraverso le tappe fondamentali della sua carriera, dal cambio di ruolo del tutto casuale al trionfo in Coppa Italia di Serie C con il Rimini, fino al suo ruolo di leader nello spogliatoio e ai progetti per il futuro. Passato e presente, con la forza dei veterani e il sorriso dei più giovani.
Il racconto del calciatore toscano parte dai cambiamenti che lo hanno interessati durante gli ultimi anni: "Cos'è cambiato in me? Il cervello. Sono diventato grande: non ho più la testa che avevo da ragazzino. Prima commettevo tanti errori, sia dentro che fuori dal campo. La vera svolta è stata trovare un equilibrio verso i 27 anni, curando i dettagli: la palestra, il recupero, staccare quando serve ed essere concentrato in campo. Questo mi ha portato a risalire di categoria, sopperendo con la testa agli errori del passato".
Una crescita voluta e accompagnata anche dalle novità sul campo: “Undici anni fa, nella mia prima esperienza qui a Piancastagnaio, facevo il centrocampista. Poi a Grosseto l’allenatore Luigi Consonni, con cui avevo anche giocato insieme, mi chiese per favore di giocare in difesa prima di una finale di Coppa Toscana perché in quel ruolo c'era qualche assenza: è nato tutto per caso".
Tornato alla Pianese durante l'ultima sessione estiva di calciomercato, ha sposato il progetto di una società che ora lotta stabilmente per la zona playoff: "Qui ti permettono di lavorare nel miglior modo possibile, non hai pressioni. Per una squadra con tantissimi giovani è l'ambiente ideale. Lavorano bene, quando trovano un risultato utile, cresce la fiducia. È un posto che ti permette di fare calcio in un certo modo. Bisogna dare grandi meriti alla società e al direttore: quest'anno ha cambiato 16 giocatori, eppure siamo di nuovo lì a lottare".
Il rapporto con la Toscana e il successo con il Rimini
Una carriera vissuta in gran parte nella sua Toscana, un fattore che si è rivelato però un’arma a doppio taglio: "A un certo punto è stato anche un problema. Fino a 30 anni non ho avuto un procuratore e mi avevano etichettato come uno che non voleva allontanarsi da casa. Ma io dicevo sempre: 'Ragazzi, io faccio il giocatore: se mi proponete una squadra, mi metto al tavolo e ci ragiono'". Una situazione che ha influito anche durante l'ultimo calciomercato: "Quest’estate potevo anche andare a Cosenza, mi aveva chiamato l’allenatore Buscè, ma c’erano degli intoppi da risolvere. Dovevo scegliere se aspettare o tornare subito alla Pianese”.
Un'etichetta che aveva già provato a scrollarsi durante l'ultima avventura con il Rimini, un'esperienza caratterizzata da trionfi e finali amari. "Il primo anno è stato ricco di soddisfazioni, mi sono ripreso il posto da titolare e abbiamo fatto i playoff, il secondo abbiamo fatto anche meglio vincendo la Coppa Italia. Poi, in estate, ho visto il caos che stava venendo fuori. Sono stato onesto con i ragazzi più giovani e ho detto loro di scappare e trovare subito un'altra squadra, si intuiva che sarebbe andata a finire male. È un grande rammarico, eravamo forti: in questo girone saremmo stati tranquillamente tra le prime tre o quattro".
E sui calciatori più difficili da affrontare: “Da ragazzo c’era Corrado Colombo, mi piaceva il suo modo di giocare. Ogni volta che mi incontrava mi diceva: ‘Anche oggi che botte che devo prendere’. Un altro che mi piace è Alessandro Sbaffo, quando sta bene ha delle giocate importanti”.
Il ruolo da 'chioccia' e l'importanza del gruppo
A proposito di fonti di ispirazione, anche a Piancastagnaio è continuo il confronto con l'allenatore: “Io chiedo spesso a Birindelli com’era condividere lo spogliatoio con giocatori del calibro di Zidane, Davids, Cannavaro. Avrei pagato per stare nello spogliatoio con lui”. Ammirazione e sogni, un connubio senza fine. Anche quando si tratta di fare qualche piccolo ringranziamento: “Chi mi ha insegnato davvero questo ruolo è stato Andrea Ciolli, ci ho giocato insieme sei anni; mi ha insegnato tatticamente tante cose dato che ero un centrocampista e facevo altri movimenti. E poi Lamberto Magrini, allenatore che ho avuto per quattro anni e mezzo e con cui ho vinto due campionati: lui cura tanto la fase difensiva, mi ha dato dei principi che mi porto dietro sempre e che ripeto spesso anche ai ragazzi giovani”.
Proprio la sensibilità verso i compagni più giovani è uno dei tratti distintivi del Gorelli di oggi. Nello spogliatoio bianconero è un punto di riferimento indiscusso, pronto alla battuta per sdrammatizzare, ma anche a dispensare consigli fondamentali: "Quello che faccio io per loro è esattamente quello che nessuno ha fatto per me. Da giovane non mi è mai capitato che un compagno mi prendesse da parte per chiedermi se avessi un problema. Cerco di trasformare quell'esperienza negativa in qualcosa di positivo: li prendo in giro per fare gruppo, ma cerco sempre di fargli capire in modo costruttivo dove sbagliano. Se i giovani alzano il loro livello, si alza quello di tutta la squadra".
E per il futuro? Alla soglia dei 35 anni, lo sguardo va anche verso ciò che sarà dopo il ritiro: "Il calcio è un modno particolare, ma ho il patentino Uefa B. Potrei allenare in Serie D o fare il secondo in C. Però a me piace talmente tanto scendere in campo che smetterei a 45 anni. Magari mi trovo un lavoretto e vado a giocare in Promozione con i miei vecchi compagni. E poi ho un grande obiettivo: voglio diventare l'esordiente più vecchio nella storia della Serie A! (ride, ndr)". Nel calcio, proprio come insegna la carriera di Matteo Gorelli, tutto può cambiare in un attimo. Anche per caso.
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