Certe passioni nascono da bambini, crescono in famiglia e, con il tempo, diventano parte di ciò che siamo. È il caso di Thomas Cossalter, centrocampista e capitano della Dolomiti Bellunesi, che si è raccontato a LaCasadiC.com. Un viaggio tra i primi passi nel calcio, i sogni coltivati fin da piccolo, le soddisfazioni e le difficoltà incontrate lungo il percorso. Ma anche il rapporto con il fratello, la famiglia, le scelte fuori dal campo e il percorso universitario. Una storia fatta di pallone, sacrifici e passione, con le radici ben salde nella sua terra.

«La mia passione per il calcio è nata grazie a mio papà». Tutto parte da lì, da una passione trasmessa di padre in figlio e cresciuta quasi senza accorgersene, tra un prato e un pallone. «Ho un fratello più grande di tre anni che anche lui gioca a calcio. Quando eravamo piccoli, papà ci portava su qualsiasi prato perché noi volevamo sempre giocare a calcio. Lui ci portava e ci faceva giocare, oppure giocava con noi, perché anche lui ha giocato nelle squadre di provincia. È nato tutto così, in modo spontaneo».

Accanto a Thomas, fin dai primi passi, c’è sempre stato anche il fratello Alex. Una passione condivisa che li ha portati persino a giocare insieme, fino a pochi anni fa. Ma il loro rapporto va ben oltre il campo. Quando Thomas, ancora giovanissimo, si è trovato a lasciare casa, Alex è diventato una presenza fondamentale, un punto di riferimento in una fase delicata della sua crescita. «Lui ha avuto un ruolo importante quando siamo andati via di casa. Siamo andati ad abitare insieme durante il periodo di Bologna. Essendo più piccolo, avevo 15 anni, sono andato a vivere con lui e mi ha dato un grande aiuto. Per un quindicenne avere un fratello vicino aiuta».

Un legame che il tempo non ha fatto altro che rafforzare. Oggi Alex continua a essere al suo fianco, non soltanto quando si parla di calcio, ma anche nelle scelte e nella vita di tutti i giorni. «Ora mi dà consigli, mi supporta e sicuramente ha un ruolo chiave in tutto quello che faccio, non solo nel calcio».

Bologna e Mihajlovic

La passione condivisa con il fratello porta Thomas a vivere, ancora giovanissimo, una delle prime grandi svolte della sua carriera. A 15 anni arriva infatti la chiamata del Bologna: lasciare la propria famiglia e la propria città per inseguire un sogno e confrontarsi con una realtà completamente nuova. «È stato molto bello e quasi inaspettato, nel senso che avevo più di una chiamata, però quella del Bologna era stata una delle ultime. L’ho scelta perché aveva un bel settore giovanile. Mi avevano portato a vedere le strutture e altre cose veramente pazzesche. Poi si è aggiunto anche mio fratello, che andava lì, e sicuramente anche quello ha avuto il suo peso». Una scelta dettata dalla possibilità di entrare in un settore giovanile di grande livello, ma resa ancora più speciale dalla presenza di Alex al suo fianco. Per un ragazzo abituato ai campi di provincia, il salto è stato però tutt’altro che banale. «Quando sei quindicenne e sei abituato ai campi di provincia, al dilettantismo, e arrivi lì, ti catapulti in una realtà del genere... Ti lascia un po’ a bocca aperta».

Ed è proprio a Bologna che Thomas ha conosciuto anche Sinisa Mihajlovic. Il centrocampista ha avuto infatti la possibilità di allenarsi in alcune occasioni con la prima squadra, vivendo da vicino una realtà che, fino a poco tempo prima, sembrava lontanissima. Un’esperienza che gli ha lasciato ricordi indelebili, legati anche a uno dei momenti più delicati della vita dell’allenatore. «Ho fatto qualche allenamento con la prima squadra. Quando mi chiedono quale sia uno dei ricordi che ho, sicuramente penso al periodo della malattia che aveva avuto il mister. Quando ritornava al campo, ogni tanto andava in palestra e tirava pugni di boxe fortissimo. È uno dei ricordi più significativi che ho di quegli anni».

La Dolomiti Bellunesi

Dal Bologna alla Dolomiti Bellunesi. Per Thomas è un ritorno a casa, alle sue radici e a quel campo dove, da bambino, faceva il raccattapalle guardando da vicino la prima squadra. Un ricordo che oggi assume un valore ancora più speciale, perché quello stesso ragazzo è diventato protagonista del percorso che ha riportato il professionismo nel suo territorio. «È stato bello. Facevo il raccattapalle quando, ovviamente, non si chiamava ancora Dolomiti Bellunesi, ma era una delle società iniziali, quando ancora giocava in Eccellenza». Ma l’emozione era la stessa: «Mi capitava di fare il raccattapalle perché giocavi le tue partite e poi andavi allo stadio a vedere la prima squadra. È stato bello e farlo in questi anni di professionismo lo è ancora di più per me, che sono un ragazzo di casa. È un piacere enorme e un grande orgoglio. Portare in giro per l’Italia il territorio, dove il professionismo mancava da più di 50 anni, mi rende tanto orgoglioso».

Un legame con la squadra e con il territorio che si è rafforzato stagione dopo stagione. Thomas è arrivato nel secondo anno della Dolomiti Bellunesi in Serie D e da allora ha visto la società crescere, cambiare e puntare sempre più in alto. Un percorso tutt’altro che lineare, fatto anche di difficoltà, ma che ha reso ancora più speciale il traguardo raggiunto. «Ho visto la società crescere, non solo dal punto di vista sportivo, ma anche strutturale. Abbiamo avuto qualche anno difficile: al primo ci siamo salvati all’ultima giornata. La stagione dopo siamo ripartiti bene e abbiamo raggiunto un secondo posto quasi agli inizi, da non crederci».

Poi, anno dopo anno, il lavoro ha iniziato a dare i suoi frutti. La squadra si è costruita sulle esperienze delle stagioni precedenti, fino ad arrivare all’annata che Thomas considera tra le più belle della sua vita: vincere il campionato e conquistare il professionismo. «Insieme al mister e ai compagni abbiamo trovato un anno splendido, che sicuramente rimarrà uno dei ricordi più belli della mia vita. Quando te ne rendi conto e capisci quello che hai fatto, è veramente soddisfacente». Un mondo che Thomas conosceva solo da lontano e che, una volta vissuto, si è rivelato molto diverso da come lo immaginava. «Riguardo al professionismo, ammetto che quando ci pensi dici: “Ma cosa ci sarà di così tanto diverso?”. In questo anno che ho fatto, devo dire che come atmosfera e tutto non c’entra nulla. È completamente un’altra cosa ed è davvero molto più bello».

Esordio nel professionismo rimandato

Ma come in tutte le storie, anche in quella di Thomas ci sono momenti in cui bisogna fermarsi, stringere i denti e trovare la forza per rialzarsi. Lui lo sa bene. Dopo aver vissuto una stagione straordinaria, culminata con la storica promozione nel professionismo, il suo esordio tra i grandi sembrava ormai a un passo. Poi, però, è arrivato l’imprevisto. Durante la prima amichevole estiva contro il Venezia, Thomas si è infortunato alla spalla, rimandando così il debutto nel professionismo. Una doccia fredda arrivata proprio quando tutto sembrava andare nella direzione giusta. «Sicuramente l’ho vissuto inizialmente male. Era un problema che mi ero portato dietro dagli anni precedenti e che fino a quel momento ero riuscito a contenere. Arrivava dopo una stagione bellissima, dominante, dove avevo fatto veramente bene. Anche mentalmente iniziavi quella nuova stagione con la voglia di spaccare il mondo, di sentirti quasi invincibile. Alla prima amichevole, dopo dieci giorni, mi fermo».

Poi arriva la paura. Non soltanto per l’infortunio in sé, ma per quello che avrebbe potuto significare in vista della stagione più importante della sua carriera. «Ti viene come prima cosa la paura. Era un infortunio che mi portavo dietro e sapevo che era arrivato il momento di risolverlo con l’operazione. La paura che mi portasse via più tempo di quello che pensassi era tanta, soprattutto all’alba di una stagione nuova, con il professionismo e tutto». I primi giorni non sono stati semplici, ma Thomas ha scelto di reagire come ha sempre fatto: cercando qualcosa da cui ripartire. «Devo dire che i primi momenti sono stati complicati. Poi, per fortuna, non sono uno che si abbatte facilmente, anzi. Credo che quando la vita ti fa capitare queste cose voglia comunque insegnarti qualcosa e tu debba cercare di trarne qualcosa di positivo, anche perché il potere di cambiare quello che è successo non ce l’hai». E così, mentre il campo era momentaneamente off limits, Thomas ha trovato un altro modo per tenersi impegnato. «Di solito sfrutto altri ambiti che ho e che porto avanti nella mia vita. In quel momento avevo l’università e mi stavo per laureare. Da agosto a ottobre li ho sfruttati per scrivere la tesi, mi sono laureato a fine ottobre. Diciamo che mi sono distratto con un altro progetto». Un progetto diverso, ma che gli ha permesso di attraversare quei mesi senza perdere di vista l’obiettivo. Perché la voglia di tornare in campo non è mai venuta meno. E quando finalmente è arrivato il momento di rimettere gli scarpini, l’emozione è stata inevitabile.

«Ero sicuramente tanto contento e non vedevo l’ora, perché non vedevo l’ora dal giorno in cui avevo vinto il campionato l’anno prima. Una volta entrati in campo riesci a estraniarti, a lasciare andare tutto e a concentrarti su quello che stai facendo». Il ritorno, però, ha richiesto tempo e pazienza. «C’è voluto un po’ di tempo, perché il periodo di adattamento ci deve essere. Al di là di quello, tornavo da tanti mesi di inattività e a livello fisico non è stato facile inizialmente. È stato veramente bello». Quei mesi lontano dal campo avevano anche lasciato spazio alla voglia di vivere le partite almeno dagli spalti. Thomas aveva seguito la squadra da vicino, guardando da fuori quello che avrebbe voluto vivere da protagonista. «I mesi prima dell’esordio sono andato a vedere le partite. È capitato di andare a vedere la prima partita di Coppa Italia a Brescia. I brividi a vedere tutta quella gente allo stadio. Sei lì che ti mangi le mani per non esserci. Non vedevo l’ora».

E poi, finalmente, il momento tanto atteso. Il ritorno della Dolomiti Bellunesi nel suo stadio, a Feltre, contro il Lecco. E proprio Thomas, al rientro, trova il primo gol della squadra tra le mura di casa nel professionismo. Una rete che, al di là del risultato, sembra quasi scritta dal destino. «È stato il primo gol. Quasi un segnale del destino. Il primo gol nei professionisti a Feltre. Ovviamente mi ha fatto un sacco piacere, al di là del fatto che non sia servito a niente, perché è stata una sconfitta pesante. Se vogliamo analizzare il momento del gol, sicuramente è stata una bella soddisfazione, oltre a un po’ di liberazione, un po’ di felicità dopo tutto quello che era stato».

La fascia da capitano

La crescita di Thomas non si misura soltanto attraverso i risultati ottenuti sul campo. Stagione dopo stagione, il centrocampista della Dolomiti Bellunesi è diventato sempre più un punto di riferimento per la squadra, fino a ricevere una responsabilità importante: la fascia da capitano. Un riconoscimento che porta con sé orgoglio, ma anche la consapevolezza di avere un ruolo all’interno del gruppo. «Ho avuto la fortuna di trovare delle persone che si sono fidate di me e che mi hanno dato questa grande responsabilità. Un’altra fortuna, che dico sempre di aver avuto, è che nel mio percorso ho incontrato delle persone, dei capitani, che mi hanno dato tanto a livello umano. Ricordo Simone Corbanese, uno storico giocatore del Belluno e poi della Dolomiti. Nell’anno del secondo posto e della promozione c’è stato Pablo Pérez. Tutte persone che mi hanno lasciato tanto». Sono stati proprio questi esempi a contribuire alla sua crescita, dentro e fuori dal campo. Oggi Thomas prova a fare tesoro di ciò che ha ricevuto, vivendo la fascia non come un peso da portare da solo, ma come una responsabilità da condividere con i compagni. «È una responsabilità che mi sono preso volentieri, è un grande orgoglio. Nel corso di questi due anni ho imparato anche a provare a vivere i vari livelli di responsabilità e ora mi fa sentire la fiducia dei compagni e del mister. È una responsabilità che mi prendo e sono consapevole che non è tutta su di me. C’è una squadra, c’è un gruppo e quindi è condivisione. Alla fine, fare le cose da solo, nel lungo periodo, non ti porta benefici rispetto a farle con i tuoi compagni».

Ed è proprio lo spirito di gruppo uno degli aspetti sui quali la Dolomiti Bellunesi ha puntato maggiormente in questo avvio di stagione 2026/27. I primi risultati, tra Coppa Italia e campionato, hanno dato segnali positivi, ma per Thomas la vera base del nuovo percorso è stata costruita soprattutto durante la settimana, attraverso il lavoro quotidiano e la ricerca di un’identità comune. «Devo dire che è stato un bel finale di stagione e comunque anche l’inizio dell’anno prima è stato positivo. In questo periodo ci siamo concentrati molto sulla creazione di un gruppo, di valori, di un’identità e dello stare insieme tra di noi. Soprattutto anche a livello comunicativo in campo, con sempre messaggi positivi. Il lavoro forte durante la settimana. Sono queste cose qui». I risultati, per ora, hanno accompagnato il lavoro. Ma Thomas sa bene che il campionato è ancora lungo e che ci saranno momenti in cui servirà mantenere equilibrio e fiducia. «Devo dire che siamo contenti. Alla fine sono tre o quattro partite, con la Coppa Italia, di buone prestazioni. La stagione è lunghissima, arriveranno momenti difficili, ma l’importante è rimanere equilibrati e portare avanti un percorso chiaro. Poi, alla lunga, i risultati li vedremo. Ne sono certo».

A guidare questo percorso c’è Andrea Bonatti, con cui Thomas ha costruito nel tempo un rapporto sempre più solido. Un legame nato anche nei mesi più complicati, quando il centrocampista era fermo per infortunio, e che oggi si fonda soprattutto sulla fiducia reciproca. «Ho sicuramente un bel rapporto con lui. Dopo lo scorso anno mi ha aspettato dopo l’infortunio. Abbiamo fatto sei mesi che, anche a livello di risultati, sono stati complicati. Sono stati sei mesi tosti. Devo dire che il nostro rapporto quest’anno è aumentato, soprattutto in termini di fiducia da ambo le parti. Abbiamo trovato una bella connessione e stiamo lavorando bene». Una fiducia che Thomas percepisce anche quando scende in campo e che, secondo lui, può fare la differenza. «Sono contento di avere questo rapporto con lui, perché quando vai in campo la fiducia la senti e si manifesta nelle tue prestazioni».

Thomas, oltre il calcio

Fuori dal campo, Thomas ha costruito negli anni un percorso fatto di studio, passioni e nuovi progetti. Anche sul terreno di gioco, del resto, la sua duttilità lo ha portato a ricoprire praticamente tutti i ruoli di movimento. «In realtà io ho fatto tantissimi ruoli. Da piccolissimo facevo l’esterno, la punta. Il mio ruolo dominante, predominante durante le giovanili, è stato il trequartista, quindi comunque siamo sempre lì nel mezzo. Pian piano, quando sono tornato in Serie D, qui giocavamo tanto con il trequartista e così via, quindi mi ero abbassato a fare la mezz’ala. Ho fatto quasi sempre la mezz’ala, anche se in questi due o tre anni penso di aver fatto qualsiasi ruolo tranne il portiere. Mi è capitato di fare un po’ tutto e forse, alla fine, il centrocampista è quello che riassume un po’ tutti, nel senso che fa un po’ tutto: attacca, difende, fa qualsiasi cosa». Una duttilità che Thomas racconta con il sorriso, tanto da non escludere nemmeno l’ultima frontiera: «Mi devo preparare anche come portiere, nel calcio non si sa mai». Se sul campo ha cambiato spesso posizione, c’è invece qualcosa che negli ultimi anni è rimasto una costante: il numero di maglia. Il 7 è diventato il suo numero, anche grazie a una piccola dose di superstizione nata proprio all’inizio della sua avventura tra i professionisti. «In realtà un motivo profondo non c’è. È nato perché io avevo giocato con il 21 durante la Primavera oppure nei primi anni di Serie D. L’anno successivo, quando abbiamo vinto il campionato, non avevamo i numeri e avevo giocato gran parte della stagione con il 7. L’anno successivo, quando siamo andati tra i professionisti, ero indeciso tra il 7 e l’8. Con l’8 mi sono fatto male dopo pochi giorni e ho detto: “L’8 non lo voglio più vedere”, quindi sono andato sul 7. Adesso mi sono innamorato del 7».

E tra i numeri che lo accompagnano in campo ci sono anche i giocatori che osserva con maggiore attenzione. Nessun vero e proprio idolo, ma alcuni centrocampisti nei quali Thomas riconosce caratteristiche simili alle proprie. «In realtà ne guardo tanti che mi piacciono. Non ne ho uno di riferimento. Mi piace molto Tonali, per caratteristiche un po’ mi ci rivedo. Un altro giocatore che mi piace molto e che mi sento un po’ simile è McKennie della Juventus». La sua crescita, però, non si è fermata al calcio. Fin da piccolo Thomas ha imparato a considerare lo studio una parte importante del proprio percorso e, anche quando gli impegni sportivi sono aumentati, ha scelto di non rinunciarvi. Una decisione sostenuta soprattutto dalla famiglia e trasformata negli anni in una vera e propria forma di crescita personale. «In realtà devo dire che è un’idea, una cosa che mi porto avanti da quando sono piccolo. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che mi hanno sempre insegnato il valore della scuola, non tanto in sé, ma per quello che ti dà proprio a te. Negli anni l’ho sempre portata avanti bene. L’università l’ho scelta consapevole del fatto che giocassi a calcio: ritenevo che una persona di 20 anni riuscisse a trovare il tempo di riuscire a conciliare le cose».

Conciliare università e calcio, però, non è stato sempre semplice. Le partite, gli allenamenti e le trasferte hanno richiesto organizzazione, ma Thomas è riuscito a completare la triennale nei tempi previsti, anche grazie alla presenza di un amico con cui ha condiviso una parte del percorso. «Ammetto con difficoltà, nel senso che è un impegno importante e oltretutto facendola in tre anni giusti, la triennale. Avevo avuto la fortuna di avere uno dei miei migliori amici, con cui abbiamo giocato insieme anni fa, ed è Toniolo, che oggi è all’Arzignano. Ci siamo aiutati. Giocando a calcio sei sempre impegnato, anche con le trasferte. Devo dire che il tempo libero ce l’ho: si tratta di organizzarti al meglio e dedicarne una parte allo studio. Non la vedo come scuola in sé, ma come un arricchimento di me stesso, per la mia testa, per il mio futuro. Devo dire che lo faccio volentieri perché so che mi serve proprio per me e per avere delle cose migliori quando magari arriverà il tempo». Terminata la triennale, ha scelto di continuare sulla stessa strada, iniziando la magistrale. Un nuovo impegno che si inserisce in una vita fuori dal campo fatta di passioni semplici, amici e famiglia, con un’altra importante novità all’orizzonte: la convivenza con la sua fidanzata. «Sono una persona veramente semplice. Io ho tante passioni sportive: guardo un sacco il ciclismo, la Formula 1, partite di calcio non ne guardo tantissime. Sono tifoso della Juve, quindi qualche partita la guardo, ma non granché. Poi, nel mio tempo libero, tranne quest’anno che ho fatto il passaggio dalla triennale alla magistrale, dove mi sono fermato sei o sette mesi, adesso ho ricominciato la magistrale, quindi parte del mio tempo lo passerò a studiare. E poi sì, con gli amici e la mia fidanzata. Tra poco andremo a convivere, quindi sicuramente avrò del tempo da dedicare alla casa e a quei lavori lì. Sono un ragazzo veramente semplice, non è che abbia cose particolari».

Tra calcio, studio e vita privata, Thomas Cossalter continua a costruire il proprio percorso senza perdere di vista ciò che lo ha accompagnato fin dai primi calci: la famiglia, la sua terra e la voglia di migliorarsi. Un ragazzo semplice, come ama definirsi, che oggi indossa la fascia da capitano della squadra della sua terra e guarda al futuro con la stessa passione con cui tutto è iniziato. Perché il viaggio è ancora lungo e, tra un pallone e un libro, Thomas ha ancora tanti capitoli da scrivere.

Sezione: News / Data: Gio 10 settembre 2026 alle 09:30
Autore: Alessia Albani
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