La vita, a volte, ti mette davanti difficoltà e imprevisti. Ma con determinazione e la giusta grinta si possono superare. Lo sa bene Gabriele Mondini, che si è raccontato ai microfoni di LaCasadiC in un viaggio a 360 gradi: dal campetto del suo paese fino al calcio professionistico.
Oggi il suo presente si chiama Ospitaletto Franciacorta, una scelta arrivata durante il mercato estivo, accolta con convinzione e con quella voglia di mettersi in gioco che da sempre lo accompagna: “Ho deciso di sposare questo progetto perché fin da subito mi ha colpito per la sua importanza, per l’organizzazione e per le idee ambiziose che lo accompagnano. La squadra arrivava da diversi anni di vittorie in campionato e ho percepito chiaramente la volontà della società di affermarsi rapidamente anche nel mondo professionistico. Inoltre, poter giocare vicino a casa, nella provincia in cui sono nato e vivo, rappresenta per me un grande motivo di orgoglio”. Una stagione che ha un obiettivo ben preciso: “La salvezza. Può arrivare anche all’ultimo minuto dei playout, ma vogliamo raggiungerla. Il nostro obiettivo, però, è conquistarla il prima possibile, per regalarci poi qualche giornata con meno pensieri, un po’ più di leggerezza e affrontare al meglio le ultime partite”.
Ma non sempre tutto va per il verso giusto. Perché un infortunio può metterti a dura prova, soprattutto nei momenti in cui meno te lo aspetti, quando ti senti bene e vuoi continuare a dare una mano alla squadra. È proprio quello che è successo a Mondini, rimasto lontano dal campo per circa tre mesi. “Sono stati mesi impegnativi, duri soprattutto dal punto di vista mentale, perché arrivati in un momento della stagione in cui mi sentivo bene fisicamente. Ritrovarsi alle prese con un infortunio che ti tiene lontano dai campi per tre mesi non è facile”.
Una prova di forza superata non solo grazie alla sua determinazione, ma anche con il prezioso supporto della società. “Però sono stato fortunato: i compagni e la società mi sono stati sempre vicini, ogni giorno, e li voglio ringraziare. Se oggi sono tornato in forma, sia mentalmente che fisicamente, è anche grazie al grande lavoro fatto con fisioterapisti e preparatori atletici. Tutti mi sono stati accanto e per questo li ringrazio davvero”.
Dall’infortunio al ritorno in campo
Tre mesi di stop non sono mai facili da superare, ma con l’aiuto giusto tutto sembra scorrere più veloce e anche il conto alla rovescia pesa un po’ meno. Dopo il buio, però, torna sempre il sereno. Ed è così che Mondini è tornato in campo: “Ho riassaporato il campo contro la Pergolettese, nei minuti di recupero. È stata una grande emozione, perché dopo mesi lontano dai campi rientrare, anche solo per poco, è stato davvero bellissimo”. Ma poi il ritorno alla titolarità contro il Renate: “Poi ripartire dal primo minuto: quando il mister ha dato la formazione e ho visto il mio nome tra i titolari mi sono detto ‘sono tornato’. Dopo tanto lavoro, con giorni impegnativi e duri, è stata davvero una bellissima emozione”.
Una scelta voluta dall’allenatore Quaresmini, con cui Mondini ha un ottimo rapporto: “Ho già avuto la fortuna di lavorare con il mister a Darfo, quindi lo conoscevo già. È un allenatore che ti lascia esprimere al meglio e sa metterti nelle condizioni ideali per rendere. Sicuramente quest’anno ha fatto un grande lavoro su tutta la squadra: dal mio punto di vista giochiamo anche bene, considerando che siamo una neopromossa e che la squadra è molto giovane per la categoria”.
L’Ospitaletto Franciacorta può contare anche sul calore dei tifosi, che li sostengono anche durante gli allenamenti: “È un bel rapporto, perché alcuni vengono anche in settimana a seguirci. Ci fanno sentire il loro affetto, e questo legame tra squadra e tifosi è davvero speciale. Siamo contenti che ci seguono sempre, anche in tutte le trasferte”.
Dal campetto vicino a casa fino alla Serie D
Ma tornando indietro nella storia di Mondini, il calcio è sempre stato nel suo sangue. Come molti bambini, ha iniziato a innamorarsi di questo sport fin da piccolo: “Ho iniziato all’età di 4-5 anni. Con mio padre andavo a giocare al campo del paese. Poi ho cominciato a giocare in una squadra di un paese vicino a casa, per poi passare al Darfo, dove ho fatto tutto il settore giovanile. A 16-17 anni ho iniziato la mia carriera con la prima squadra”. Ed è proprio a Darfo che inizia la sua avventura ufficiale. Qui incontra un compagno con cui condivide ancora oggi la maglia, Michel Panatti. “Avevo come compagno di squadra e di reparto Michel, che è un grandissimo giocatore e una persona straordinaria. È stata un’emozione enorme perché, essendo di Darfo, giocare per la propria città è qualcosa di speciale. Ricordo ancora il mio esordio — Darfo - Rezzato in Coppa Italia — e da lì è iniziato tutto. Con gente come Panatti e tanti altri compagni, affrontare il campo era molto più semplice”.
È in Serie D che Mondini prosegue la sua carriera, passando da Darfo al Breno, un trasferimento non semplice come lui stesso racconta: “Il passaggio a Breno, per un giocatore proveniente da Darfo, non era visto di buon occhio dai tifosi della zona (ride ndr), perché sono due società che un po’ vanno in contrasto tra loro. Però è stata comunque una bellissima esperienza. Nei tre anni che ho trascorso lì sono cresciuto sia a livello calcistico, ma soprattutto a livello umano. Ho incontrato mister Soave, con cui ho condiviso tre anni importanti: abbiamo avuto un bellissimo rapporto e mi ha aiutato a crescere e a capire tante cose anche fuori dal campo”.
Caldiero Terme e le prime volte
Nel giro di due anni, la vita di Mondini cambia radicalmente. Arriva il passaggio al Caldiero Terme, dove ritrova l’allenatore Soave: “Sono passato al Caldiero sempre con mister Soave, che ha cercato di convincermi a trasferirmi a Verona, e ce l’ha fatta. Per fortuna l’ho seguito, perché nel primo anno siamo partiti con l’obiettivo playoff e, a fine girone d’andata, ci siamo ritrovati nelle prime posizioni. Lì è scattata qualcosa dentro di noi, una scintilla che ci ha permesso di vincere il campionato. Forse non eravamo la squadra più forte tecnicamente, ma a livello di gruppo si è creato qualcosa di davvero unico ed eccezionale”. Un anno di prime volte culminato con la vittoria del campionato: “La promozione è stata bellissima. L’unico neo è che nelle ultime tre giornate non ho potuto giocare per un infortunio: durante un allenamento ho avuto una lesione al collaterale mediale dopo un contrasto con un compagno. Sono dovuto stare fermo altri due-tre mesi”. Il 2024 si rivela un anno memorabile, con l’esordio anche tra i professionisti: “In campionato abbiamo vinto 3-2 in una partita bellissima. Solo entrare in uno stadio come quello di Zanica è stato motivo di orgoglio e di soddisfazione. Affrontare una squadra come l’AlbinoLeffe, con una storia così importante, era emozionante. Data da ricordare? 15 settembre 2024 contro la Pro Vercelli, il mio primo gol tra i professionisti. Peccato solo che in quel periodo con il Caldiero non giocavamo nel nostro stadio, ma al Gavagnin-Nocini per lavori di adeguamento per la Serie C. Ricordo che era l’inizio del campionato e tutto girava alla grande; poi abbiamo avuto qualche difficoltà, ma in quel periodo abbiamo ottenuto vittorie importanti per una neopromossa”.
Una stagione che ha regalato al Caldiero Terme un traguardo storico: la semifinale di Coppa Italia.“Siamo arrivati in semifinale e siamo andati vicinissimi alla finale. Abbiamo pareggiato 1-1 a Gorgonzola con la Giana, mentre al ritorno abbiamo perso 3-2 in casa, ma abbiamo fatto una grandissima partita. Peccato per la società e per tutti noi. Essendo la prima volta, è stato qualcosa di storico e importante da ricordare negli anni”. Ma la stagione non si è conclusa nel migliore dei modi, con la retrocessione ai playout per mano della Triestina: “Sicuramente è stata dura da metabolizzare, perché retrocedere con due 0-0 fa male, soprattutto contro una società come la Triestina. Per noi del Caldiero, però, significa che abbiamo fatto un grande passo avanti. Caldiero è un piccolo paese di 8.000 abitanti, e giocare un playout in una città come Trieste dimostra che abbiamo realizzato qualcosa di importante. Dispiace, certo, ma la società è molto organizzata e punta sempre a far bene. Il presidente Filippo Berti è una persona eccezionale e merita di vedere il Caldiero nel calcio professionistico”.
Gabriele Mondini non solo calcio
Come nella vita di ognuno di noi, anche Mondini ha i suoi punti di riferimento nel calcio: “Non ho un idolo personale, ma seguo con attenzione Federico Valverde: la sua forza, la volontà e le caratteristiche in campo sono un esempio e un motivo di ispirazione per tanti. È un po’ quello che cerco di trasmettere anche io, correre fino al 90’ per raggiungere l’obiettivo”. Ma sono soprattutto le persone della vita quotidiana a dare un supporto costante, e Mondini le porta sempre con sé anche in campo, tanto che il suo numero di maglia ha un significato speciale: “Il 26 perché sono nato il 26. Ci sono anche alcune combinazioni numeriche: il 6 perchè è nata mia mamma, il 2+6 che fa 8, il mio numero preferito, ma anche il mese in cui sono nato io e mia sorella. Ci sono un po’ di combinazioni e casualità”. Prosegue: “Loro mi sono sempre stati vicini, mi seguono ogni domenica. Quando scendo in campo, gioco con e per loro. Mi hanno sempre sostenuto, e sanno bene che in momenti difficili per uno come me il supporto della famiglia è fondamentale. Sono una persona che si chiude molto in se stessa, e loro mi hanno aiutato ad andare avanti e a superare questi momenti”.
Ma Mondini sa bene che il calcio non potrà essere il suo lavoro per sempre. Nonostante le difficoltà, è riuscito a conciliare studio e carriera sportiva: “Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Motorie. È stato un obiettivo prefissato. Ho sempre pensato che il calcio dura fino a un certo punto e a una certa età, poi la vita va avanti e bisogna essere pronti a ciò che può accadere in futuro. I primi tre anni della triennale sono stati abbastanza semplici. Nei primi due anni ero ancora a Breno e mi allenavo a Brescia, quindi riuscivo a seguire bene le lezioni. Il terzo anno ero a Caldiero, quindi viaggiavo tutti i giorni tra Brescia e Verona: è stato impegnativo. Gli ultimi due anni, diventando calciatore professionista, sono stati molto tosti, soprattutto lo scorso anno, quando vivevo a Verona e preparavo gli esami senza poter seguire le lezioni. È stato faticoso, ma ho sempre voluto raggiungere questo obiettivo e ci sono riuscito. Sono contento anche per le porte che questa laurea potrebbe aprirsi in futuro”.
Come ogni calciatore, anche Mondini ha sempre avuto obiettivi da raggiungere e sogni da realizzare: “Sono nato in questa provincia e ci vivo tuttora. Giocare contro il Brescia al Rigamonti in una gara ufficiale è stato un giorno speciale ed emozionante. Era uno dei miei sogni, e poterlo realizzare è stata una grande soddisfazione. Brescia è una società che simpatizzo fin da piccolo e ci sono stato diverse volte allo stadio con amici e parenti. È stata davvero una bellissima emozione.” Ma i ricordi nel mondo del calcio non finiscono qui: “A livello emozionale, una delle partite che mi ha lasciato di più è stata sicuramente il playout a Trieste. È anche un fattore extra campo: sapevo che tra le tribune c’erano amici, e anche in curva del Brescia qualcuno tifava contro di me. Abbiamo fatto una grandissima rincorsa per raggiungerli, e retrocedere con un doppio 0-0, quando per me meritavamo qualcosa in più — avevamo anche avuto una palla gol al 95’ — è qualcosa che ti rimane dentro a lungo.”
In assoluto, però, la partita che Mondini ricorda con più affetto resta il derby di Milano, una prima volta indimenticabile: “Quella che mi ha emozionato di più. Da piccolo sono andato a San Siro con mio papà a vedere Inter-Milan. Io sono interista e abbiamo vinto 4-0, quindi è stato incredibile.”
Una carriera segnata anche da diversi infortuni, ma con la giusta determinazione tutto è possibile. Bisogna cercare sempre le forze, anche nei momenti più sfortunati o tristi. È stato sempre il mio mantra: non mollare mai.
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