Dall’Eccellenza alla Serie C, senza mai cambiare maglia. In mezzo, tre categorie scalate, una fascia da capitano conquistata sul campo e un legame che oggi va ben oltre il calcio. Michel Panatti e l’Ospitaletto Franciacorta sono cresciuti insieme, stagione dopo stagione, fino a trasformare un progetto in una storia personale. Un percorso fatto di lavoro, sacrifici e ambizione, cominciato nell’estate del 2023 e arrivato oggi a un nuovo capitolo, con il centrocampista ancora al centro del progetto. Panatti si è raccontato a LaCasadiC, ripercorrendo questi tre anni con l’Ospitaletto Franciacorta, ma anche le tappe di una carriera fatta di grandi incontri, difficoltà e ripartenze.
Tutto è iniziato nell’estate del 2023. L’Ospitaletto Franciacorta era reduce dalla retrocessione in Eccellenza, ma aveva già le idee chiare sul progetto da cui ripartire. Panatti ha scelto di crederci, convinto anche dalla famiglia Musso: “Sono venuto qui a Ospitaletto Franciacorta grazie alla famiglia Musso, sono stati loro a convincermi. La loro voglia di portarmi qui è stata un segnale importante per scegliere questo progetto”. Da quel momento, il centrocampista ha attraversato tutte le tappe della rinascita del club: dall’Eccellenza alla Serie D, fino al ritorno tra i professionisti. Un percorso vissuto dall’interno, conoscendo da vicino ogni sacrificio e ogni passo necessario per arrivare a quel traguardo. “È stata un’emozione grandissima. Ho visto crescere l’Ospitaletto Franciacorta dall’Eccellenza, ma già lì c’erano una struttura e un’organizzazione importanti. Poi, negli anni successivi, con il duro lavoro e la voglia di migliorarci siamo riusciti a realizzare un sogno: tornare tra i professionisti”.
Tre categorie attraversate insieme, fino a quella fascia da capitano che oggi racconta anche il suo ruolo all’interno dello spogliatoio. Panatti è diventato uno dei punti di riferimento del gruppo, ma senza perdere di vista ciò che, secondo lui, rappresenta la vera forza dell’Ospitaletto Franciacorta: gli uomini. In questo percorso, infatti, c’è anche il rapporto con l’allenatore. Parlando di Quaresmini, Panatti lascia spazio soprattutto alla stima personale: “Ho un bellissimo rapporto con lui. Il mister è una persona d’oro e, umanamente, penso sia uno dei migliori che abbia mai avuto. Lo ascolto in tutto e per tutto, come fa tutta la squadra. Ho un rapporto bellissimo con lui”.
Un allenatore può indicare la strada, ma sono i giocatori a percorrerla. E per Panatti la forza dell’Ospitaletto Franciacorta nasce proprio dalla capacità della società di costruire, ogni anno, gruppi uniti e composti da persone di valore: “Penso che il diktat di questa società sia creare ogni anno dei gruppi con degli uomini di valore. In tutti gli anni che sono stato qui la società è sempre riuscita a farlo. Penso sia questo il tassello fondamentale per raggiungere gli obiettivi”. Una filosofia che si riflette anche nel presente. Dopo una prima stagione tra i professionisti utile per prendere confidenza con la Serie C, l’Ospitaletto Franciacorta ha iniziato il nuovo campionato con maggiore esperienza e consapevolezza, aggiungendo giocatori capaci di portare qualità e valori umani: “Sicuramente rispetto alla passata stagione c’è un po’ più di esperienza e consapevolezza. Sono arrivati giocatori dal valore tecnico e umano importante. Questo è stato il cambiamento vero e proprio, perché poi la fame e la voglia non devono mai mancare”.
Anche Panatti, nel frattempo, ha aggiunto nuovi capitoli alla propria storia con il club. Lo scorso anno è arrivato il primo gol con la maglia dell’Ospitaletto Franciacorta, contro l’Inter U23. Un momento speciale, ma non certo un punto d’arrivo: “Sicuramente i gol sono sempre speciali. Non ho aperto o chiuso cerchi, perché sono ancora qui. Il mio cerchio è ancora aperto all’Ospitaletto Franciacorta e spero che rimanga aperto per molto tempo”, racconta sorridendo. La fascia da capitano porta con sé responsabilità, soprattutto nei confronti dei più giovani. Panatti, però, la vive senza sentirne il peso: “Le responsabilità sono tante, ma non dentro il campo. Più che altro al di fuori, perché cerco di essere un esempio per molti ragazzi giovani. Pesa? No, perché mi sento come tutti gli altri. Non mi mette addosso pressioni più grandi di quelle che già ci sono”.
DALLE ORIGINI ALLA CARRIERA
E proprio parlando del percorso che lo ha portato fino a qui, emerge una carriera fatta di esperienze diverse, incontri importanti e anche momenti più complicati. Prima dell’Ospitaletto Franciacorta, infatti, c’è stato un viaggio iniziato molto presto, quando il calcio era semplicemente una passione da vivere ogni giorno. “La mia passione per il calcio è nata fin da subito, bisognerebbe chiederlo a mia mamma. Penso che da quando mi sono alzato in piedi sulle mie gambe ho sempre avuto il pallone tra i piedi. Quindi da molto lontano”. Da quel pallone sono arrivati i primi grandi incontri. Tra questi il Monza, dove Panatti ha avuto l’opportunità di lavorare con Beppe Bergomi: “Sicuramente il Monza è stata una parentesi positiva per me e soprattutto avere avuto un allenatore come Bergomi. A livello umano mi ha fatto crescere tanto. È un campione sia dentro che fuori dal campo. È stato molto piacevole essere stato allenato da lui”.
Poi la Fiorentina, una tappa ancora più importante perché vissuta a soli 16 anni, quando il calcio ha significato anche lasciare casa e iniziare a costruire la propria strada lontano dalla famiglia: “La Fiorentina è stata un’altra pagina stupenda della mia carriera. Sono arrivato a 16 anni, ho lasciato tutto a casa e a Firenze ho vissuto momenti molto belli, conoscendo persone molto belle. Soprattutto l’area dei tutor, che per me sono stati una seconda famiglia. E sul campo da calcio era tutta un’altra storia rispetto alle squadre dove avevo militato prima”. A Firenze ha condiviso il percorso anche con Federico Bernardeschi. Due giovani nello stesso ambiente, con un futuro ancora tutto da scrivere: “In quel momento ti dico”, racconta ridendo, “ero un ragazzo umilissimo. Non so cosa si possa provare a stare accanto a giocatori di quel livello. Però ero e sono sempre stato convinto che lui, come tanti altri, sarebbe arrivato ad altri livelli, perché aveva delle doti tecniche fuori dal comune”.
Il percorso lo porta poi alla Serie B con l’Avellino, dentro uno spogliatoio ricco di personalità e giocatori importanti. Zappacosta e Biancolino, ma anche Izzo, Castaldo, Giosa, Millesi e Fabbro. Un’esperienza che Panatti considera fondamentale per la propria crescita: “Sicuramente Avellino è stato un passo importante, soprattutto a livello extracampo, perché passare da una Primavera a una prima squadra così importante, con giocatori di carisma, non è stato facile. In quella squadra, oltre a questi due, c’erano molti giocatori come Izzo, Castaldo, Giosa, Millesi, Fabbro. È stata un’esperienza che mi ha formato tanto”. Non tutte le tappe, però, sono state semplici. Dopo Como sono arrivati due o tre anni più complicati, che Panatti oggi guarda con lucidità, riconoscendo anche le proprie responsabilità: “Da Como in poi per due o tre anni è stato difficile. A Como non la reputo un’esperienza positiva, sono stato utilizzato poco. Aggiungo: per demerito mio. Tengo sempre tesoro di quello che è stato, di quello che ho passato”.
Anche in quel periodo, però, è rimasto qualche ricordo speciale. Come la sfida amichevole contro la Juventus, quando l’allenatore lo manda in campo e lui trova il gol: “La partita contro la Juve è stata un’amichevole dove il mister mi ha buttato dentro e ho fatto gol. Una piccola parentesi di quella esperienza, condivisa con giocatori importanti”. Poi la Serie D, con diverse esperienze che hanno contribuito a costruire il giocatore e l’uomo di oggi. Ma il più grande insegnamento, per Panatti, arriva da un momento ancora diverso: quello in cui aveva scelto di fermarsi. “L’insegnamento più grande che mi porto dietro non è degli anni della D, ma di quando sono stato fermo, sempre per scelta mia. Aver svuotato la mente dai ricordi del calcio e poi essermi ributtato a capofitto in questo mondo mi ha messo nella testa che non bisogna mai mollare e che tutte le cose si possono guadagnare solo con il sacrificio e la voglia di volontà. Sempre spingendo al massimo ogni giorno. In serie d ho cercato di mettere in pratica tutte queste cose”. Una lezione diventata parte del suo modo di vivere il calcio. E forse è proprio qui che si trova il filo conduttore della sua carriera: la capacità di ripartire, continuare a lavorare e dare valore a ogni opportunità.
L’UOMO OLTRE IL CALCIATORE
Ma prima ancora del calciatore c’è Michel. L’uomo, il padre, il ragazzo che fuori dal campo ha imparato a trovare il proprio equilibrio lontano dal rumore del calcio. Durante gli anni in Serie D ha avuto la fortuna di potersi dedicare completamente al pallone, senza dover dividere le proprie giornate tra campo e lavoro: “Per adesso quando sono stato in D sono stato fortunato e non mi sono mai trovato in questa situazione. Mi sono sempre solo dedicato al calcio. D’estate invece gli anni addietro mi sono messo all’opera anche nel dilettarmi con qualche lavoretto”. Oggi, invece, c’è una famiglia a scandire le sue giornate. E soprattutto una figlia, che con i suoi ritmi gli ricorda che esiste una vita anche oltre il campo: “La mia giornata tipo: mi sveglio presto perché mia figlia si sveglia presto. La porto all’asilo. La mattina mi dedico a bere il caffè con gli amici e aspetto il pranzo. Poi verso le 12.40 parto per venire allo Stadio per allenamento. Se non ho allenamento vado a prendere mia figlia all’asilo all’1 e mi concentro su di lei tutto il giorno”.
Fuori dal campo da gioco, Panatti è una persona socievole, legata alla famiglia, agli amici e alle cose semplici. Un modo per staccare completamente dal calcio, qualcosa che con il tempo ha imparato a fare sempre meglio. “Fuori dal campo sono una persona socievole che si diverte con poco, che piace stare con la sua famiglia, con gli amici. Si estranea totalmente dal mondo calcio e ha imparato a farlo con il tempo. Penso di essere un ragazzo simpatico e divertente come ho detto prima”. E alla fine, dopo tre anni di storia condivisa, torna quella parola che forse più di tutte racconta il rapporto con l’Ospitaletto Franciacorta: casa. Non soltanto per ciò che è stato, ma per quello che ancora può essere. “Per me Ospitaletto Franciacorta è casa, penso di averlo sempre detto. Cerco di dimostrarlo ogni giorno, non ogni partita. Aver rinnovato per altri tre anni è motivo di orgoglio, perché fa piacere sapere che le persone della società credono e hanno creduto in me”.
Poi c’è una domanda che chiude il cerchio. Cosa direbbe oggi il Panatti dell’estate 2023, quello che ancora non sapeva dove lo avrebbe portato quella scelta? La risposta arriva con un sorriso e racconta, forse più di qualsiasi altra cosa, il significato di questo viaggio: “E chissà se il Panatti del 2023 si aspettava tutto questo.. Che non voleva venire e invece ha fatto bene a scegliere questa società, questi colori e gli stringerei la mano”. Dall’Eccellenza alla Serie C, passando per sogni, difficoltà, grandi incontri e ripartenze. Tre anni dopo, quella scelta ha un significato diverso. Perché a volte basta avere il coraggio di dire sì a un progetto per scoprire, strada facendo, di aver trovato molto più di una squadra.
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