Resistere, attendere, ripartire. Nella carriera di Andrea Colombino, Ds della Torres, sono sempre stati concetti fondamentali. E la salvezza raggiunta con la società sarda durante l'ultima stagione incarna perfettamente tutte e tre le condizioni. Un cammino caratterizzato da qualche difficoltà, dopo stagioni ad alto livello, concluso con risultato positivo: la permanenza in terza serie dopo il playout con il Bra. "Per analizzare questa stagione bisogna partire da un dato, che riguarda il girone di ritorno. Abbiamo conquistato 25 punti, mai così tanti per noi rispetto al girone d'andata. Il gruppo costruito aveva tutte le carte in regola per entrare in griglia playoff. Purtroppo abbiamo pagato una partenza difficile, che ci ha condizionato anche a livello emotivo. Quando entri in un vortice negativo è sempre difficile venirne fuori, ma siamo stati bravi a invertire il nostro percorso", ribadisce a LaCasadiC.com il dirigente rossoblu.
Una situazione a tratti inaspettata per la Torres, che invece negli ultimi due anni si era sempre ritagliata uno spazio da protagonista nelle posizioni di vertice della classifica: "Dall'ultimo campionato ci portiamo dietro un concetto fondamentale: godersi i risultati senza farsi accecare dalle aspettative. Per questo motivo, ripensandoci bene, mi viene da dire che abbiamo quasi festeggiato di più questa salvezza rispetto ai traguardi raggiunti nelle altre stagioni". Un cambio di passo che porta anche il nome di un'altra figura di riferimento per l'ambiente rossoblu, quella dell'allenatore Alfonso Greco: "Il suo ritorno è stato fondamentale, ci ha dato la possibilità di voltare pagina in modo definitivo. Un lavoro determinante sotto tanti punti di vista, proprio per questo motivo ritengo che sia corretto proseguire con lui. Ha meritato la riconferma sul campo, ed è giusto che venga riconosciuto".
A proposito di protagonisti non può mancare, ovviamente, un riferimento ai singoli. Da Di Stefano a Sala, fino a Sorrentino. Prestazioni importanti e gol decisivi, con un primo pensiero anche sul futuro: "I più giovani ci hanno dato una grossa mano. Citerei quindi anche i vari Brentan, Nunziatini o Baldi. Di Stefano e Sorrentino sono di nostra proprietà, mentre Sala era in prestito dal Pisa e penso che, in virtù dell'ottimo campionato che ha disputato, abbia già diverse pretendenti. Sono contento di aver potuto lavorare con questi ragazzi". Tempo di analisi, ma anche di riflessioni in vista del prossimo campionato: "Come prima cosa dobbiamo provare a raggiungere la salvezza nel minor tempo possibile, non vogliamo più dipendere dai risultati degli altri campi. Vogliamo vivere una stagione diversa, in linea con le nostre capacità. Prima di tutto andrà delineata la guida tecnica. Con Greco c'è già stato un primo confronto, ma non abbiamo ancora formalizzato niente".
Nella sua lunga avventura dalle parti del Vanni Sanna, intanto, sono diversi i calciatori valorizzati e ora protagonisti in categorie superiori. Un connubio perfetto di ricerca, attenzione e coraggio, accompagnati dai risultati sul campo. Omoregbe, Heinz, Saporiti, la lista è lunga. Ma nel cuore di Colombino c'è un calciatore in particolare che riscuote ancora un certo tipo di affetto: "Ne ricordo tanti, ma se dovessi indicarne uno direi senza dubbio Francesco Ruocco. Ci provai già ai tempi del Carbonia, l'ho inseguito a lungo e alla fine sono riuscito a portarlo alla Torres. È il colpo che mi rende più orgoglioso". Alla base di ogni scelta, tuttavia, c'è sempre un confronto fondamentale con l'allenatore: "È una cosa che faccio spesso, cerco di non allontanarmi dalle richieste della guida tecnica. Chiaramente con Alfonso (Greco, ndr) ci conosciamo da tempo, quindi diciamo che si fida (ride, ndr)".
Cambiamenti
Nella vita di Andrea Colombino non c'è stato però solo calcio. Tutto inizia infatti dall'insegnamento e dalla scuola. Amore corrisposto, ancora oggi ben saldo: "Io ho insegnato a scuola, quindi mi sono rapportato con le nuove generazioni. Ritengo che sia fondamentale connettersi al loro modo di ragionare, ma è anche giusto che ci sia un'evoluzione nei rapporti. Cerco sempre di esortare i calciatori ad avere un confronto diretto, soprattutto quando ci sono problemi. Non bisogna reprimere le proprie emozioni, o nasconderle con atteggiamenti sbagliati". Tempi e modi generazionali differenti, ma con la chiave giusta è facile trovare un punto d'incontro: "I ragazzi di oggi hanno tanti stimoli in più, quindi è anche più semplice perdere la concentrazione. Devono essere anche i più esperti a trascinarli, cercando magari di scoprire qualcosa in più del proprio compagno di squadra. A me piace ascoltare, più che parlare. Ecco, forse, il ruolo del direttore deve essere proprio questo: fare il sarto dei rapporti, cucire e ricucire con tutte le componenti".
Ma come, e quando, nasce l'idea di fare il direttore sportivo? Per capirlo bisogna fare un passo indietro, ai momenti delle scelte e dei sacrifici. Le domeniche sui campi, diviso tra il calcio e lo studio, gavetta e sudore per raggiungere un obiettivo: "Da ragazzo ho giocato a pallone, poi sono andato a Milano per studiare e un mio ex allenatore, in quel momento impegnato con le giovanili del Cagliari, mi convinse ad andare a studiare un po' le squadre avversarie. Avevo circa 20 anni, all'inizio non sapevo nemmeno da che parte iniziare. Ricordo che mio papà non era molto d'accordo perché avevo anche l'impegno universitario da portare avanti. Al mio ritorno in Sardegna, quindi, è iniziato il mio percorso in modo definitivo. Le prime esperienze tra i dilettanti, i periodi da osservatore per iil Genoa, fino alla chiamata della Torres. Dal settore giovanile sono arrivato fino in prima squadra". Un cammino indelebile, che ha posto il direttore rossoblù davanti a un bivio: "Io vengo dal campo, ho fatto diversi lavori mentre provavo a ritagliarmi uno spazio in questo mondo. La scuola mi manca, ma questa è la strada che più mi si addice".
Presente
La stagione della Torres è ufficialmente terminata da pochi giorni, ma il pensiero è già proiettato verso nuovi orizzonti. Tra possibili novità e vecchie certezze, che spesso riportano la mente a legami fondamentali: "Con il presidente Udassi ci conosciamo da tanti anni, abbiamo un buon rapporto. Il confronto è continuo, è sempre stato un punto di riferimento. Soprattutto nelle difficoltà è necessario fare quadrato con le persone con cui condividi tante situazioni, nella gioia e nel dolore".
E a proposito di condivisione, dietro la salvezza della squadra sarda c'è anche un simpatico retroscena: "Dopo il playout con il Bra mi hanno messo in mezzo per offrire (ride, ndr). Già nello spogliatoio mi avevano fatto una doccia con la birra. Appena arrivato al locale dove stava festeggiando la squadra è partito un coro e quindi non potevo tirarmi indietro. Anche perché non c'erano state altre occasioni durante l'anno. Più che una festa, è stata proprio una liberazione". Resistere alle difficoltà, fissare un obiettivo e poi provare a raggiungerlo, a ogni costo. Nel campo, come nella vita: una storia di attesa e conquiste, già pronta a ricominciare.
A cura di Alessio Navarini e Rocco Cristarella
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