“Sapete, mi ritengo fortunato. Fortunato perché alle spalle ho una famiglia e degli amici che mi hanno sostenuto. Fortunato perché sono in una realtà che mi apprezza e mi permette di crescere. Fortunato per aver ascoltato il consiglio che mamma e papà mi hanno dato anni fa: credici, credici sempre. Non saprai mai come si nasconde dietro a qualcosa di nuovo e sconosciuto se non ci provi”. La gratitudine, spesso, è un sentimento che si costruisce quando grandi lo si è da tempo. Spesso, non sempre. Perché può succedere che un ragazzo di 19 anni quella consapevolezza l’abbia già fatta propria. Può succedere che Sergej Levak possa nascondere dietro a un volto pulito e a tratti fanciullesco una maturità rara e profonda.
Lo si comprende subito. Nelle parole che dice, nelle pause che si prende per pensare alle risposte. Ed è in questa maturità che si comprende il motivo per cui l’estate scorsa l’Atalanta abbia voluto con forza e convinzione quel ragazzo che ben aveva impressionato nei suoi primi anni italiani. La forza del crederci, il senso di famiglia, la consapevolezza che il traguardo è solo un risultato, a dare senso al percorso è ciò che lo rende vivo: il lavoro e la pazienza. Valori condivisi che hanno unito Sergej e l’universo nerazzurro. Si sono incontrati da poco, ma, in fondo, sembrano conoscersi da sempre.
FAMIGLIA - Prima di Bergamo, Roma. Prima di Roma, la sua Croazia. Sergej è un bambino quando conosce il pallone: “Il primo ricordo che ho è di papà che mi porta a giocare. Un’immagine a cui sono legato”. Un’immagine in cui si raccontano quelle che saranno le due coordinate della sua vita: il calcio e la famiglia.
“Papà e mamma non hanno mai preteso niente da me, non mi hanno mai messo pressioni per diventare un calciatore. Mi hanno permesso di crescere divertendomi”. Abbinato al divertimento, però, c’è anche il suo talento. Diverse squadre lo notano, il primo a chiamarlo è la Roma: “Sapevo che sarei andato via dalla Croazia, ma fino a tre giorni prima del trasferimento non avevo idea di dove sarei andato. Quando me l’hanno detto, non ci credevo”. Sergej per la prima volta lascia casa e famiglia: “È stata dura. I primi mesi ho sofferto molto. Non sapevo la lingua, ero in un paese nuovo. Non è stato facile. Ma non ho mai pensato di tornare indietro”. E fa bene. A Roma continua il suo percorso di crescita. Due le istantanee più belle: il gol decisivo nel derby U17 contro la Lazio e i primi allenamenti in prima squadra con Mourinho.
ATALANTA - Crescere significa anche cambiare. O meglio, capire che il cambiamento possa essere un’opportunità e non qualcosa da cui sfuggire. Levak lo sa. In estate decide di farlo. Tante le squadre che lo vogliono, lui sceglie l’Atalanta, anche grazie al consiglio del suo procuratore: “Mi ha sempre detto che era la soluzione migliore per crescere come persona e come giocatore. A distanza di mesi posso dirlo, non si sbagliava”. La partenza non è semplice. Sergej arriva quando la preparazione dell’U23 nerazzurra è già iniziata, nelle prime settimane gioca poco: “Non mi sono preoccupato, lo immaginavo. Sentivo la fiducia del ds Gatti, di Bocchetti e di tutto l’ambiente. Mi hanno permesso di adattarmi. Mi hanno aspettato e aiutato a esprimermi”.
All’esordio segna il primo gol. Poi non smette. Sono 7 a fine stagione, più una qualificazione ai playoff conquistata. Al suo fianco c’è il connazionale Pasalic, esempio e amico: “Sogno di diventare come lui. Mi ha dato tanti consigli. Quando mi alleno con la prima squadre, cerco di studiarlo”. Osserva, impara, cresce. Ha una maturità diversa. Sogna di arrivare in A con la maglia dell’Atalanta. Sogna che il calcio possa essere il suo futuro “perché cosa più bella non c’è”. La strada è quella giusta. Crederci sempre, come stella polare. È l’insegnamento di mamma e papà.
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