Tra la Juventus e Raffaele Alcibiade il legame è fortissimo, visto che il difensore classe 1990 è stato il primo capitano della Next Gen, nell'anno della sua fondazione, e con la fascia al braccio ha vinto il primo trofeo della storia dei bianconeri: la Coppa Italia Serie C nella stagione 2019/2020. L’esperto difensore ha ripercorso quelle stagioni a LaCasadiC, proprio mentre la formazione di Brambilla si appresta a iniziare il proprio cammino playoff:
“Quando ho ricevuto la prima chiamata ero veramente contento, è stata una gioia incredibile. Io sono di Torino e mi mancava moltissimo l’ambiente, e quando sono tornato ho trovato tutto come quando lo avevo lasciato. Dopo i primi anni lontano mi ero quasi abituato, ma nel momento esatto in cui sono ritornato ho capito quanto mi mancasse effettivamente, e tornare a far parte del mondo Juve è stato bellissimo”.
Un mondo che aveva già vissuto nel settore giovanile, dove ha vinto anche due Tornei di Viareggio consecutivi: “Di quei periodi ho ricordi bellissimi, anche perché con i miei compagni si stava tutto il giorno insieme e si era creato un legame vero anche fuori dal campo. Eravamo un gruppo fantastico fatto di amici prima che di compagni, e quelle vittorie lo dimostrano. Il centro sportivo di Vinovo che ci ha cresciuto avrà sempre un posto speciale nel mio cuore”.
Dopo qualche stagione ecco dunque il ritorno, dove inizia a svolgere anche ruolo da chioccia per i più giovani: “Io cercavo di essere di esempio, ma i ragazzi avevano bisogno di un ‘fratello maggiore’ più che di un leader. Loro tecnicamente erano fortissimi, ma dovevano capire in che categoria giocassero. Per loro la normalità era la Juventus, ma in realtà quella non è la normalità, quindi ho cercato di trovare un equilibrio e ho capito che figura essere per loro”.
“I ragazzi vanno aspettati, non tutti hanno gli stessi tempi”
Durante il suo periodo con la Juventus Next Gen, Alcibiade ha avuto modo di osservare da vicino tanti talenti: “Di ragazzi di talento ne ho visti tantissimi, ma per mentalità e fame chi mi ha colpito più di tutti è stato Drăgușin. Era il più piccolo di tutti quando è arrivato, ma mentalmente si vedeva fosse già pronto. A livello qualitativo ce ne sono stati tantissimi, da Fagioli a Soulé, Barrenechea, Mavididi e Matheus Pereira: erano tutti giocatori fortissimi tecnicamente. Uno che mi ha impressionato è stato Nicolussi Caviglia, aveva una qualità fuori dal comune, abbinata a un’eleganza e una classe pazzesca, era un piacere guardarlo. Non tutti hanno gli stessi tempi, quindi bisogna essere bravi ad aspettarli se serve più tempo, e in Next Gen hanno avuto l’opportunità di farlo”.
Un progetto che il classe 1990 ha visto nascere fin dalle origini: “La prima partita della Next Gen è stata molto emozionante, eravamo una squadra molto giovane e che non si conosceva calcisticamente. Il primo anno è stato quello un po’ più complicato, il progetto era nuovo e per i ragazzi il salto iniziale tra i professionisti è stato difficile. Ma dopo un inizio complicato ci siamo guardati in faccia e ho cercato di trasmettere loro la serenità più assoluta. I due anni successivi sono stati una crescita costante”.
“La Coppa Italia da capitano l’emozione più grande della mia carriera”
Tra le emozioni più belle di un percorso ripreso dopo qualche anno di lontananza c'è sicuramente il trofeo vinto nella stagione 2019/2020: “Vincere la Coppa Italia da capitano della Juventus è stata senza dubbio l’emozione più grande della mia carriera. Sono cresciuto con una mentalità vincente avendo fatto la trafila nel settore giovanile bianconero, e vincere con questa maglia è stato qualcosa che mi ha dato più emozione e orgoglio di moltissime altre esperienze”.
Un mondo che ha dato la possibilità ad Alcibiade e compagni di lavorare a stretto contatto anche con tanti campioni: “La vicinanza con la prima squadra ha due facce: sicuramente essere così a contatto e allenarsi con loro aiuta nella crescita, ma credere di essere arrivato può essere un grave errore. Bisogna dimostrare ogni giorno di meritare di essere qua, e chi non ha la mentalità per farlo finisce con l’adagiarsi solo perché si allena con loro. Io a diciotto anni mi allenavo con Del Piero, Trezeguet, Nedved, Buffon e Camoranesi, e all’epoca per me non c’erano opportunità di rimanere e giocare. Oggi, se dimostri di meritarlo, ti si può aprire un’opportunità, che sia alla Juventus o in un’altra realtà importante”.
“Cristiano Ronaldo a livello mentale era mostruoso”
E proprio durante quelle stagioni ha avuto modo di osservare da vicino una grande icona calcistica come Cristiano Ronaldo: “Per me lui è stato, con Messi, il calciatore più forte di sempre. Vederlo dal vivo era una cosa impressionante, metteva in soggezione anche i suoi compagni di squadra, ma mi ha insegnato moltissimo. Lui rideva e scherzava con noi della Next Gen nonostante avesse già vinto cinque Champions League e cinque Palloni d’oro, dimostrando un’umiltà incredibile. In allenamento andava a mille. Nel mio piccolo ho provato anche io con i ragazzi ad essere d’esempio dando sempre qualcosa in più, ma farlo per vent’anni è qualcosa che va oltre. Spesso lo vedevo calciare dopo l'allenamento con gente come Dybala, Higuaín, Pjanić e Bernardeschi, che avevano qualità importanti, ma lui non sbagliava mai e quando sbagliava sembrava la fine del mondo. Ho avuto la fortuna di fare la rifinitura prima del ritorno con l’Atletico Madrid e dentro la sua testa non c’era risultato diverso da come poi è finita, una roba senza senso”.
Il pensiero finale è invece dedicato all'attuale Next Gen, pronta a iniziare il suo cammino playoff: “Non sono sorpreso dalla Next Gen, conosco dinamiche e progettualità e ogni anno migliorano i risultati. Il nostro primo anno è stato il più difficile perché ci si doveva abituare alla categoria, ma poi è stato tutto in discesa. Ogni anno che passa acquisiscono fiducia ed esperienza, e nei playoff sono sicuro possano dire la loro in modo importante”.
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