Ci sono mille modi per raggiungere il proprio obiettivo. Mauro Leo, ad esempio, ha consapevolmente scelto di battere la strada più complessa, per giunta in sola compagnia di sè stesso. Non prima, ovviamente, di aver spalleggiato i grandi volti del nostro calcio, che gli hanno impartito la forza di andare forte. Nonché due valori a lui molto cari: "credibilità e adattabilità". Ama ripeterli spesso e spesso li ritroverete nell'intervista concessa a "La Casa Di C", in cui il classe '75 - ora direttore sportivo del Gubbio - traccia una panoramica di quel che è stato e di quel che sarà.
Del resto, lui ne ha viste e vissute tante. Ricorda con fierezza i suoi esordi da allenatore, racconta ancor più orgoglioso i suoi primi passi nel calcio che conta. Tante tappe insaporite di esperienza e contatti. Gli stessi che lo hanno poi teletrasportato a Vinovo, sponda Juventus, al fianco di due figure come Paratici e Marotta: "Il primo lo consideravo il numero uno all'epoca, aveva una capacità tecnica fuori dal comune. Il secondo, beh, credo sia il migliore dei dirigenti italiani per impatto diplomatico". Imparare dietro due dirigenti navigati, vero, ma concedendosi anche uno specifico momento di centralità: "Alla Juventus, che considero la mia università, ho messo mano su varie trattative. Ad esempio quella che ha portato alla Juventus De Winter e Dragusin. Quest'ultimo, come il primo, lo avevo preso a zero, ci ho puntato rischiando anche oltre i disguidi burocratici che si potevano creare. Di me veniva sfruttata la mia capacità nel creare legami esteri: io parlo tante lingue, specialmente il francese".
Oltre a ciò, il ds ama il campo e i suoi dettagli: "Non gli algortimi, che per quanto imprescindibili non mi rispecchiano". Eppure...si adatta. Ma senza mai discostarsi dal credo base: "Mi ritengo un puro, voglio trovare i giocatori e non perdermi in cene o giri strani. Credo nel merito, non nella parolina". Una parolina, detta malino, gli ha però fatto perdere un possibile colpaccio. Ai tempi della Roma, dove era vice di Thiago Pinto, aveva praticamente in mano un certo Kvaratskhelia: "Ero andato in Russia, Zaccardo mi organizzò in Italia l'incontro con una traduttrice. Ma l'agente era poco serio e mi dissero che il giorno dopo sarei finito su tutti i giornali. Allora saltà tutto perché non volevamo partecipare ad aste sconsiderate. A febbraio lo prese il Napoli". Tra le esperienze rilevanti, anche il nerazzurro. Quello dell'Inter, dove - accanto a Conte - ha potuto impostare un'altra trattativa abbastanza rilevante: "Insieme ad Antonio facevo scouting e analisi avversari. In un frangente recuperai informazioni su Hakimi, che la società è stata poi bravissima a portare a Milano". Tra quei bravissimi, secondo Mauro, c'è pure Ausilio: "Un problem solver eccelso".
Torniamo quindi ai giorni nostri, all'avventura al Gubbio condotta in solitaria: "Dopo aver affiancato i migliori volevo avere un ruolo di responsabilità centrale in un progetto sportivo, dove potessi applicare tutte le skills assorbite nel tempo. Sono partito dal basso, da Gubbio, ma è una piazza che considero congeniale ai miei principi e che permette di lavorare serenamente". Bene così, perché il metodo Leo si forgia attorno a un solo caposaldo: "La crescita dei giovani, sui quali punto moltissimo. Oggi le grandi squadre si affidano a noi, perché sanno che da noi i ragazzi giocano. E chiaramente il mio curriculum facilita i rapporti e rafforza le possibilità". La più rosea creatasi? "Sicuramente l'arrivo di Di Bitonto, perché rispecchia appieno il giocatore che voglio in rosa. Affamato, mentalizzato, con potenzialità. Quando andai dal Sassuolo a prenderlo non giocava in Primavera e storsero il naso quando lo chiesi. Oggi è il giocatore più impiegato di tutta la rosa".
Un Gubbio all'insegna della credibilità
"Scorgo il potenziale, creo il gancio, trovo il giocatore e poi lo prendo". Tre regole, un vademecum che fa scuola. Il Gubbio, quest'anno, ha costruito un impianto solido puntando quasi esclusivamente su giocatori under. I risultati non mentono: ottavo posto, quarta miglior difesa, una storica imbattibilità nei derby e una quinta qualificazione consecutiva ai playoff. Terminati anzitempo contro il Pineto, ma non per questo da dimenticare frettolosamente: "Per far crescere i giovani servono equilibrio e pazienza, e con Di Carlo abbiamo fatto centro. Perché, da allenatore navigato, ci ha aiutato a gestire le fatiche del percorso e a mantenere equilibrio nei giudizi, sia nella vittoria che nella sconfitta. Anche lui è stato bravissimo ad adattarsi, si è rivelata la persona giusta". Sarà così anche l'anno prossimo? L'idea è quella: "Con Mimmo ho creato un grande rapporto, ci riconosciamo il fatto di esserci sempre supportati e lui me lo riconosce spesso. Settimana prossima incontreremo il presidente, che è contento del nostro operato. Siamo fiduciosi, qui si sta bene. L'idea comune è proseguire, abbiamo fatto un grande campionato. Credibile".
Il tutto nonostante le difficoltà che la Serie C impone, che però i rossoblù hanno sempre saputo sormontare ottimamente. A proposito di adattabilità: "Il Leo ds lega anche con il gruppo squadra. La C è una grande palestra, perché in piccolo devi fare quasi tutto. Se sei ds operativo fai esperienza completa e i giocatori più esperti capiscono subito che tipo sei. Quindi è bene farsi trovare pronti e trasmettere certezze, serietà e credibilità. La persona non può sbagliare: deve essere inattaccabile. Tutte le squadre vivono momenti negativi, ma l'abilità di un ds è quello di trovare soluzioni valide senza scaricare le responsabilità". Leo non è stato esente da cambi e smottamenti: "A gennaio abbiamo attuato un grande grande riassestamento economico con l'addio di Tommasini e Spina, ben controbilanciato da un arrivo massiccio come quello di Varone. Non abbiamo preso un altro attaccante, vero ma abbiamo deciso di puntare su due giovani come Ghirardello e Minta, che ci hanno regalato grande gioia".
Il caso Ternana come "fallimento del calcio italiano"
Perché il Gubbio ha saputo vincere il lungo termine? Perché i suoi giovani "sono cresciuti alla distanza in consapevolezza". Leo docet, che ben spalleggiato dalla proprietà ha ben deciso di continuare ad alimentare le fondamenta precedentemente imbastite, senza stravolgerle. Il cambio di passo c'è stato, eccome, e grida continuità: i rossoblù, nel girone di ritorno, hanno fatto 31 punti. Su un totale di 48.
Complicata, invece, è l'ultima parola spesa per la Ternana, che chiude la chiacchierata con una potente considerazione sullo stato di salute del nostro calcio. Leo ha le idee chiare: "Bisogna mettere mano alle regole. Serve guardarsi negli occhi per scongiurare il burrone: abbiamo bisogno di una riforma completa del professionismo. Non esiste che certe società partano senza fondi e senza strutture, metti in difficoltà dipendenti e famiglie. Non fallisce solo la Ternana, ma l'intero calcio italiano. Gli italiani sono figli di Machiavelli, non della progettualità. Sfruttano l'opportunità del momento, sono pure geniali ma anche perfidi e individualisti".
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